giovedì 3 agosto 2006

Il risveglio dalle illlusioni

Niente. Non ne rimane niente.

L’idealizzazione è una brutta bestia. Passi la vita a ricordare qualcosa di passato, disprezzando il presente, scappando da una realtà che non si è riusciti(non si ha voluto) affrontare, cambiare, adattare. I ricordi creati in un prato al sole in confronto con quelli di una valle in penombre per la maggior parte del suo tempo. Una cittadina di alberi e pietra contro un paese arroccato e boscoso. Una vittoria già stabilita dalle notti di pianti in un letto che era sempre lo stesso, ma in una stanza diversa in una casa diversa. Confronto truccato, vinto in partenza dalla coalizione di casa. Casa vecchia. Casa che non esiste più. Perché non esiste più niente.
Che rimane dei miei ricordi? Solo quello, il ricordo. Immagini vivide in una mente che si accorge che sono sempre e solo esistite solo quelle, le immagini.
Non c’è più, il porfido nella via dei giocattoli e delle pozze, non ci sono più le pozze. Non ci sono più le macchine nella piccola piazza del mercato, non ci sono più i ragazzi a giocare a calcio sotto i portici, non c’è più il negozio di stoffe per i vestiti di carnevale, non c’è più il negozio di modellismo. Non c’è più la piccola cantina nella piazzetta della fontana, non c’è più il lastricato irregolare e sconnesso, non c’è più l’odore di segatura di papà che lavora a un suo mobile.
E da lì giù per il Corso, con i negozi che muoiono, nascono, incessantemente, continuamente. Cambiano pelle, in onore del design ultramoderno, asettico, bianco, uccidendo tutto il calore con le luci alogene, fredde. Dov’è il parchetto dove facevo i servizi sul prato con la banda, dov’è il porfido su cui incespicavo la marcia ancora incerta, dov’è la libreria con solo libri di storia ed atlanti, dov’è la signora Achilli che mi ha aiutato a scegliere la montatura degli occhiali? Dov’è il vicolo dietro al cinema, dov’è la vecchia Vigezzina coi sedili in finto cuoio, dove sono i prati, i cavalli che per la prima volta ho montato, la nonna Rita con cui si poteva parlare solo in dialetto? Dov’è quella piccola casa, quel piccolo appartamento con il bagno rosa e un giardino dove non potevo giocare, i padroni di casa scorbutici e la fogna a cielo aperto? Dov’è il Lugarà, il meleto, il rigagnolo che divideva in due il prato, il cane cattivo dietro al glicine, le notti estive coi bambini della via?
Lapide. È tutta una grande lapide. Ora è tutto dritto, pulito, chiaro, luminoso. Pare tutto così nuovo. Così stonato. Così non mio.

Scappai da una realtà che non volevo per ricercarne una che avevo perso, sovrapponendo immagini nuove a vecchie, senza rendermi conto che Valenza non era Domo e che Domo cambiava, costantemente, continuamente. I negozi chiudevano, vecchie case venivano abbattute, altre ridipinte, le strade rifatte, nuove case sorgevano, i prati sparivano, le persone anche.
Non c’è niente che mi lega a Domo, solo i ricordi di una vita passata che si è persa anni fa, tra la foto smarrite, le vernici pastello e le lapidi che si consumano sotto al sole. Non c’è più quella bambina, si è persa anche lei, ora è solo una foto, un fantasma. Sono tutti fantasmi.
La mia Domo è solo un immenso fantasma.

Cambiamo casa. Mamma ne ha trovata una a Domo, finalmente. È poco distante da dove stavamo prima. È un appartamento. Ha tante finestre e le piastrelle scure. È in una piccola via con tante case vicino. Il giardino è poco più di una striscia che gira intorno alla casa. Vicino c’è una piccola casa autonoma che mamma voleva comprare al posto di quella che poi ha preso papà. Non è distante dal fianco della montagna e smetteremo finalmente di dover organizzare i viaggi e stare tutte al comodo delle altre.
Però sto piangendo. Da sola ora, nella sala cucina bianca, con le piastrelle bianche e le travi sul soffitto. Sto piangendo dando le spalle al terrazzo in sasso e ringhiere di ruggine, al verde immenso e rigoglioso che da quattordici anni vedo e respiro. Sto piangendo per quattordici anni di vita rifiutata e vissuta, sto piangendo per questa sala che ha visto tutto, per prima e fino ad oggi. Questa è la stanza dove tutti i miei gatti hanno mosso i primi passi, dove facevo tutti i miei compiti, dove avvenivano tutti i discorsi e le discussioni, dove si festeggiava, dove ho visto per la prima volta un film, dove ho spasimato per un cartone animato. Qui è dove Anna e io giocavamo facendo impazzire il gatto, dove costruivamo le capanne di tende e cartone tra il tavolo e il divano, dove costruimmo un treno cogli scatoloni della spesa, dove litigammo furiosamente. Qui è il posto che per ultimo ha visto la mia famiglia unita e serena, questo è il posto che l’ha vista morire del tutto. Quattordici anni battono per knot out i sette e mezzo di Domo. Non c’è niente da fare. Sto piangendo.
L’ho rifiutata più che ho potuto, l’ho ingiuriata a più non posso, l’ho maledetta, ignorata, abbandonata e maltrattata. Ma l’ho respirata.
Ho respirato il buio e l’odore del bosco, i rumori di assestamento delle pareti, il rumore di sottofondo del treno e del fiume, il vento che apriva le porte anche quando era tutto chiuso, le ante alle finestre, le amache in giardino il sasso che poteva sembrare ghiaccio ma diventava così caldo al sole. L’ho respirata e ora è nel mio sangue, nella mia carne, nel mio cuore e nella mia mente, per sempre.

Costruivo capanne e mi inventavo mondi esotici e sconosciuti, che avrei raggiunto con mezzi di cartone alimentati a sogni, per non tornare mai più. Però qui ci sono cresciuta, nel bene e nel male. Qui ci sono le motivazioni del perché sono come sono, del perché sono diventata quel che sono, del perché vivo come vivo e non avevo problemi ad andarmene perchè sapevo che questo posto non sarebbe rimasto sempre qui e non sarebbe cambiato mai. Questa casa mi ha sempre aspetatta.
E ora piango, perché a settembre non avrò più davvero niente per cui tornare.



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