martedì 29 novembre 2005

Il delirio....


... è stato saltare le lezioni del mattino (che proprio non avevo voglia) e farmi il modellino 3D della platea del Teatro del Parco in Skechtup per tutto il pomeriggio.
Alla sera L. con una sola frase ha fatto capire com'ero ridotta: "Ma che faccia c'hai?!" eehhh....
E alla seraaaaaaaa........ corso sulla Genesi o.o
Beh... carino XD

Però non ho capito se è un corso teatrale o un corso di rilassamento o tutte e due...

Boh!! XD


Vabbeh, è ancora presto per dire se è brutto o bello, però mi sa che rimarrò da sola, ç_ç perchè M. non vuole più venire, e L. è sulla stessa linea di decisione...
Uffi -.-





Giusto per rimanere in argomento M., la signorina appena citata mi ha detto adesso che è andata a casa in fretta e furia perchè aveva trovato dei noduli... ovvero il risultato che non doveva venire fuori dalle analisi di settimana scorsa e che non mi ha voluto assolutamente dire. E' rimasta 15 giorni in agitazione per questo... A saperlo avrei esteso il mio ruolo di assistente regista a assistente in senso totale...
Certo che come arriviamo all'Uni diventiamo tutti super riservati!! o.o
Vabbeh, festeggio lo scampato pericolo coi dolci che ha portato...

Accidenti a lei e ai colpi che mi fa prendere.

lunedì 28 novembre 2005

Avete voglia di ridere?



Allora andate prima qui....
... e poi leggete sotto....





ma andate prima sul link!!!!!!!!!!!!

Se no vi rovinate la sorpresa XD
















E stasera ho anche il corso teatrale sulla Genesi... oggi è il delirio.

sabato 26 novembre 2005

Vie di fuga

Ho voglia di immergermi in un lago e di lasciarmi andare alla sua corrente. Ho voglia di abbandonarmi alle acque, di lasciare che mi portino via con se, lungo affluenti e corsi principali, laghi, stagni e paludi, fino all'inevitabile fine, alla foce sul mare. Ho voglia di lasciarmi sommergere dalle onde dell'acqua salmastra, di sprofondare fino agli abissi marini, fino a quando la luce solare non si arrende e cede il posto all'oscurità.

Ho voglia di chiudere gli occhi nel silenzio che troverei in una cavità sottomarina, di lasciarmi avvolgere dal nero più nero, fino a quando il tempo non cesserà di esistere, fino a quando il mondo esterno non avrà più significato. I miei timpani scoppierebbero per la pressione, i miei occhi non vedrebbero, la mie mani non toccherebbero altro che acqua, serrerei il mio palato per non sentire il sapore salmastro del mare e il mio naso non capterebbe odori. In assenza stimoli, la mia mente smetterebbe di elaborare le informazioni esterne, cominciando a creare allucinazioni. I miei polmoni inspirerebbero acqua e il mio organismo, privato dell'aria che necessita per vivere, comicerebbe lentamente a morire; il cuore cesserebbe di battere, il sangue di arrivare fino al mio cervello e i miei pensieri, finalmente, si fermeranno.
E io morirei.


Un altro giorno inutile è passato senza che io facessi niente, se non cercare di riempirmi la testa con pensieri non miei, immagini non mie e sogni non miei, cercando di distrarla dal vuoto che mi ha invasa e dall'irritazione crescente per ciò che ho e mi circonda.

Sono stanca del rumore che fanno i miei pensieri triti e ritriti, del ronzio che proviene dalla mia testa quando comincia a non trovare più niente di stimolante in se stessa e in ciò che mi circonda, degli obblighi scolastici, di quelli sociali. Sono stufa della mia immagine nello specchio, sono stufa di non vedere più facce nuove affacciarsi nella mia vita, sono stufa della mancanza di emozioni. Sono stufa della mancanza di sensazioni.

Ora come ora darei qualsiasi cosa perchè il mio cuore abbia un sussulto per qualcuno, perchè un brivido mi passi nella schiena e mi sconvolga viscere, perchè l'adrenalina mi scorra in circolo più veloce del sangue, perchè i miei pensieri e le mie azioni siano perfettamente sincronizzati.
Darei qualsiasi cosa per tornare a dormire.

Potrei prendere la macchina ora e andare fino a Mozzio per le strade che portano a Formazza, guidando fino in cima al paese, fino a quando la strada non cessa di salire non comincia a scendere in un susseguirsi di curve e tornanti e percorrerle tutte senza mai scendere sotto gli ottanta all'ora, con il rischio costante di capottarmi o di non riuscire a fermarmi in tempo alla curva successiva. Potrei andare fino in Vigezzo e poi arrivata Santa Maria tornare indietro, stavolta senza scendere sotto i novanta, che quella strada la conosco meglio ed è più facile.
Potrei prendere il cellulare e vedere se Cuki ci sta a riallacciare l'avventura troncata di netto l'estate scorsa. Oppure potrei chiamare D., vedere se è ancora single e se ci sta lui a un'avventura.
Potrei prendere il primo treno che parte domani, mollare l'università e chiamare Doc e dirgli che lo seguirò in qualsiasi lavoro dovrà fare da qui fino a Natale. Potrei prendere semplicemente un treno e andare a vedere i posti che ho sempre sognato di visitare, sacco a pelo nello zaino e giacca a vento addosso.

Ma così non sarei più io, sarebbe semplicemente un altro modo di morire. Perchè non ho voglia di finire sulla pagina di cronaca nera del Risveglio, con la foto della panda accartocciata contro un muro; perchè andare con Cuki significherebbe uccidere l'ultima stilla di orgoglio rimastami, oltre che vomitare da qui fino al prossimo millennio; perchè D. è già tanto se una volta sapeva che esistevo e perchè sa comportarsi alla stessa maniera di Cuki, e io dovrei girare per questi luoghi con un secondo segreto da non divulgare alla mia famiglia; perchè quest'università rappresenta la mia unica speranza di riuscire a fare qualcosa di veramente speciale nella mia vita e gettarla al vento proprio ora sarebbe più idiota che tentare un suicidio vero e proprio.


Non temete, non ho intenzione né di uccidermi né di fare follie.

Fare una follia sarebbe prendere la panda e andare sotto casa di Ema per togliermi dubbi che mi assillano fin dai diciassette anni oppure gettarmi tra le braccia di I., anche se per me ormai lui non ha più tutta l'importanza dell'anno scorso.
Uccidermi sarebbe la conferma che il mio cervello ha preso la tangente (oltre che mi sono scolata la bottiglia di limoncello che sta in cantina e mi sono fatta dare qualche cannone da mia cugina).
Il mio autocontrollo mi permette di fare follie solo tramite questa nera finestra sul mondo e di sfogare la mia frustrazione su un mondo virtuale che, dei miei pensieri, alla fine non glie ne frega niente.
Certo sarebbe molto più facile affrontare la vita se il cibo riprendesse ad avere un sapore e il cuscino fosse meno duro, ma tant'è che la vita non cambia così da un giorno all'altro, sopratutto se non facciamo niente per cambiarla.

Un giorno qualcuno mi disse 'Mettiti sempre in condizione di poter cambiare vita', che è l'omonima di Q in The World is noth enough: 'Bisogna sempre avere sempre una via di fuga'.
Te lo ricordi Delilah? Non me la sono mai scordata da quando me l'ha detta, ma pare che io non sia ancora riuscita a imparare la lezione, o per lo meno a metterla in pratica.


Dannazione, dove diavolo è la mia uscita d'emergenza?

giovedì 24 novembre 2005

E' forse colpa di Novembre?

Ogni volta che arriva Novembre pare esserci un calo di energia e di disavventure praticamente ovunque. Senti in continuazione le persone lamentarsi per la stanchezza, il tempo che non basta, la mancanza di energia e di comprensione, la fantasia che scarserggia, la monotonia della vita...
Le 'giornate no' paiono moltiplicarsi come per magia, zio Murphy viene insultato sempre più spesso, gli antodolorifici per il mal di testa conoscono picchi di vendite che non raggiungeranno mai negli altri mesi, si invocano addiruttura le 'giratempo' della Rowling, i mal di gola imperversano (non per niente la gola è il chakra della comunicazionie...) e il lavoro diventa più pesante che a Luglio, quando aneli alle vacanze con dolorosa intensità.
In effeti non riesco proprio a ricordarmelo un Novembre gioioso.

Nella mia costante rimembranza del passato, sicuramente additerei a quello del 2001 come il miglior Novembre della mia vita, ma non ne sono così sicura. In fondo è in quel mese che Ryo mi disse per la prima volta che doveva partire e mi sembra di aver conosciuto Ema solo il mese successivo, ma tant'è...

Tralasciando il mitico anno scolastico 2001/2002 (ma perchè non lo elimini proprio una buona volta?), l'unico Novembre degno di nota è forse quello del primo anno di università: 19 anni festeggiati in disco, più amici a Domo di quanti non ne abbia mai avuti, la scuola che andava da Dio e pure un moroso (lì dovevano essersi scomodati tutti i Santi del calendario e i demoni dell'inferno, mi sa che i miei nonni avevano distribuito un po' di bustarelle in giro...).
Ok, pare che io abbia trovato il mio Novembre ben messo.
Il primo e ultimo.

Ora sembra che sia tornato normale: il tempo scarseggia, poca soddisfazione in quel che si faccio, il freddo che si sente troppo e sopratutto un mal di testa lancinante e constante, come se tutto quello che ho dentro (poco) volesse uscire per andare a vedere il mondo di persona.
Eppure ha due gran belle finestre (modesta...).

Parlando seriamente (... ?), ma perchè Novembre è sempre così cupo?
Ok, i funghi e le castagne non si trovano più, i primi son morti da un pezzo e le seconde stanno marcendo, togliendoci così le gioie culinarie dell'autunno. Le foglie sono tutte cadute e giaciono a terra in un misto di fango e fibra non del tutto decomposta, scivolosa e umidiccia. Il freddo è degno di dicembre inoltrato, ma non c'è la neve ad allietarci e il vento pare volersi divertire a vedere cos'abbiamo sotto ai cappotti, cosìcché le puffette che arrivano ai 40 kg scarsi (se va bene) come me e mia mamma cominciano a ponderare seriamente di andare in giro coi sassi in tasca. Non ci sono ricorrenze gioiose, niente ferragosto, niente aperture delle botti di vino, niente feste mascherate (quelle americane non valgono!), niente doni, niente falò, niente fiori, ecc... Comincia con un giorno bellissimo, quello della visita al cimitero (e questa è proprio una cosa che ti fa dire 'cominsuma ben!').

Basta questo a farci stare male?

Certo, pare che l'unica cosa che abbia novembre, sia di iniziare con un giorno di lacrime e ricordi e di inoltrare ufficialmente l'inverno, ma in fondo è un mese come un altro. (Sarà per questo che gli Scorpioni sono così scontrosi e malinconici?).

Io da brava Novembrina e Scorpioncina (preceduta da una nonna materna e seguita da una sorella - è una tradizione di famiglia ormai) adoro Novembre, ma non posso fare a meno di pensare che è davvero il periodo più nero dell'anno. In tutti gli altri mesi si può trovare energia in altro: nella neve, nel sole, nella pioggia sottile, nel profumo dei fiori, nel vento leggero, nei tramonti caldi, nelle foglie verdi, nelle castagne bollite, nel risotto ai funghi, nelle uova di pasqua, nei fichi... ma in Novembre?
In Novembre tutto muore definitivamente, Novembre prepara all'inverno il territorio su cui stendere la sua coltre bianca, Novembre copre il cielo di nuvole scure e costanti, Novembre fa piangere.

Forse è perchè è a fine anno.
Forse è per questo che la testa ci scoppia quasi a farci impazzire: siamo troppo pieni di tutto e allo stesso tempo di niente e siamo in cerca di distrazioni che non ci sono.
Forse non è Novembre, ma un'epidemia che si diffonde come il raffreddore, uno ti starnutisce vicino e qualche ora dopo tu cominci a sentirti la testa più pesante e il naso tappato.
Forse è che siamo impreparati al freddo e alla fine dell'anno: abbiamo ancora nelle membra la voglia di caldo e negli occhi i colori caldi dell'estare, così quando arriva il freddo, abbiamo ancora tutti addosso il guardaroba leggero e quello pesante è ancora rinchiuso in grosse scatole nell'armadio in alto, e lasciamo che il vento si infili nei vestiti troppo leggeri, perchè ci rifiutiamo di tirare fuori quelli leggeri che non possiamo possiamo credere che sia già arrivato l'inverno.
O forse Novembre è proprio il mese di transizione, quello che ti devi proprio fare per arrivare fino alla promessa di qualcosa di più bello, soffice e magico; è la noia che ti devi proprio sorbire perchè senza un minimo di introduzione anche il capitolo più bello perde di sapore.
Forse perchè tutto è destinato a morire prima di essere sepolto per poi resuscitare, forse è per la naturale avversione che abbiamo per la morte.
Forse è per queste ragioni che stiamo quasi tutti male a Novembre, noi scorpioncini compresi.
Forse siamo tutti metereopatici ed empatici e ci attacchiamo il malumore di volta in volta.

Eppure nessun altro mese ha gli stessi colori tersi, freddi e allo stesso tempo caldi che ho visto nel cielo di Marghera oggi pomeriggio.

martedì 22 novembre 2005

Musicanti

Non sono mai stata una brava musicante. Non andavo alle prove e ho saltato quasi tutti i concerti, andavo solo ai servizi e solo se non erano in mezzo alla settimana. Il mio clarinetto non ha mai raggiunto una sonorità degna di una banda musicale e spesso e volentieri sbagliavo il passo. Non sono mai riuscita ad andare dritta, a meno che non ci fosse qualcuno davanti a me e la mia divisa aveva sempre qualcosa che non si intonava agli altri: in genere erano le scarpe.


Non sono mai stata una brava musicante, però mi piaceva esserlo.

Mi piaceva sfilare in mezzo alle strade cittadine, buffando nel mio pezzo di legno cromato al pensiero che lo sguardo di qualcuno cadesse anche su di me; mi piaceva pensare che se qualcuno alle undici del mattino dell’Epifania stava ancora dormendo, noi gli avevamo appena rotto le uova nel paniere. Mi piacevano le battute che i miei compagni facevano alle spalle del prete stonato durante le processioni religiose, quelle alle spalle dei politici (o davanti, a seconda della posizione) durante le processioni ai caduti, le prese in giro al Togn e alla Cia a carnevale, quelle che si facevano l’un l’altro. Mi piacevano le scene improvvisate a carnevale: non erano realmente improvvisate, il fatto che i ragazzi uscissero dalle loro file per balli in mezzo a noi atti a far divertire/divertirsi/infastidire qualcuno era scontato come la pioggia quand’è nuvolo, ma era bello vederli, piacevole, catarchico, rassicurante. La banda per me era un punto fisso, fermo, che il continuo afflusso di giovani leve negli ultimi tre anni non aveva mai fatto traballare.

Non sono mai stata una brava musicante, e ora non lo sono più.

Il punto fisso dei musicanti è Santa Cecilia. Conservatori, cori, bande concertistiche, cittadine e quant’altro possa far riferimento a S. Cecilia, festeggia quel giorno e lo fa suonando. Il 22 novembre ha un palinsesto pieno di musica praticamente ovunque, e Domodossola non ha mai fatto eccezione.
Quando arrivava Novembre, segnavo mentalmente tutte le date e i giorni in cui si sarebbero svolte: 1, visita ai nonni, 6, compleanno Anna, 15, il  mio compleanno, 22, Santa Cecilia. In genere al 20 ero già in fibrillazione da un po’.
Il format era sempre lo stesso: il 22 sera c’era il concerto a cui non sono mai riuscita ad andare né partecipare, poi il sabato o la domenica c’era la festa vera e propria, che ha sempre avuto un suo rituale preciso. Al mattino sul tardi si andava a messa, poi facevamo il giro di tutta la città, ma proprio tutta. Si partiva dalla sede, opportunamente posizionata in centro proprio sotto alle scuole materne, e si raggiungeva marciando il  municipio, la stazione, la casa del sindaco, dell’assessore, le principali vie cittadine, scortati da un’auto della polizia municipale; tappe lungo la strada gentilmente offerte dai bar della città. Si saliva in macchina e si raggiungeva la parte superiore di Domo, visita alla casa di riposo e, ovviamente, alla casa della Madrina. E poi? E poi si andava a pranzo.
Le prime sante cecilie le ho fatte al centro sociale di Domo, poi ci siamo trasferiti al ristorante di un albergo a Santa Maria Maggiore, in val Vigezzo, abbiamo fatto un anno all’ex-Kathrin a Villa e poi siamo tornati a Domo, dove ho partecipato alla mia ultima. In otto sante Cecilie (una l’ho fatta da ospite prima di entrare), non è mai cambiato niente.
Il pranzo era sempre composto da: discorso del Presidente/evidentemente, interrotto ogni due parole da applausi entusiasti di tutta la banda; antipasti ai salumi, sottacenti e insalata russa; primi piatti di risotto ai funghi e tortelli; secondi piatti di arrosto, patate e verdure varie; da qualche parte c’era un tortino di formaggio; formaggi misti a richiesta; torta di S. Cecilia; caffè. Tra le portate, il Trio intratteneva ospiti e colleghi: scherzi, caricature di show televisivi, scenette da dolori addominali per il gran ridere - il che rallentava di parecchio le procedure di sparecchio tavola e servire le pietanze dei camerieri. Alla fine, i ragazzi andavano in giro a vendere i biglietti della lotteria, che aveva premi offerti dalla metà dei negozi di Domo. Dopo la lotteria, un gruppetto musicale esterno cominciava a suonare e si ballava. Il tutto durava dal primo pomeriggio fino a… non lo so, non sono mai rimasta fino alla fine.
Questa era la nostra s. Cecilia. Era la mia s. Cecilia, le mie prime, poi sono un po’ cambiate. Nell’ultima, il servizio lo abbiamo fatto nel tardo pomeriggio e il giro della città è stato molto corto. Poi, a differenza delle prime in cui rimanevamo tutti vestiti perché passavamo direttamente dalla strada al ristorante, siamo andati tutti a cambiarci e ci siamo presentati al centro sociale. Io non mi sono mai cambiata del tutto, ho sempre tenuto il giaccone e la camicia, mi piaceva tenerla addosso, mi piaceva avere ancora qualcosa delle divisa addosso.
Ricordo che nella penultima il Presidente aveva assoldato due comici che si sono finti camerieri per quasi tutto il tempo, apparecchiando malamente, quasi lanciando i piatti sui tavoli, mettendo i tovaglioli al collo delle persone, spazzolandogli i vestiti, andando in giro con presenti floreali chiamando a gran voce ‘Signorina Giò!’ e che diventavano sempre più grossi di volta in volta. Fantastici, l’applauso con cui li abbiamo salutati era degno di uno spettacolo ronconiano. Ricordo che quando eravamo in Vigezzo a festeggiare a un certo punto saltavamo su a chiedere a gran voce l’esibizione al sassofono del Maestro; ricordo di una volta che uno del Trio arrivò su una biciclettina per bambini; ricordo la parodia di C’è Posta Per Te. Ricordo il regalo per F. che partiva per il militare.

Ricordi, quanti ricordi. Ricordi di una musicante fallita.

Non sono mai stata sul serio all’interno del gruppo. C’è stato un anno, un anno che non sono mai riuscita a replicare, in cui mi sentivo finalmente parte di loro. Quell’anno è finito in fretta purtroppo, ma per qualche giorno mi sono sentita parte del gruppo. Il resto delle volte ero più simile a un’ospite osservatrice che a una musicante. Non sono mai riuscita a legare molto, parlavo facilmente con pochissimi di loro, anche se alcuni li conoscevo già prima di entrare, anche se con alcuni avrei potuto andare più che d’accordo.
Io non c’ero mai, semplicemente un giorno mi vedevano nella sede ad aspettare l’inizio del servizio, suonare con loro e poi sparire per parecchi giorni, per poi riapparire di nuovo. Chissà quante volte si sono chiesti che diavolo ci facevo lì, con la loro divisa e il clarinetto in mano.

Suonare con loro era bello.

Ogni volta che prendevo in mano il clarinetto per andare a un servizio, improvvisamente diventava più leggero e facile da suonare. Il legno non si ribellava vibrando malamente e ostruendo il corso al fiato, l’ancia non s’incapricciava di non suonare bene e il laccio non dava fastidio. Al di fuori della banda io quel pezzo di legno ci odiavamo. Odiavo il suo suono tra le pareti della mia camera e della stanza in cui facevo lezione, odiavo il dovermi procurare le ance che, non so come, consumavo a una velocità allarmante. Chissà come avevo fatto ad arrivare alle tre e mezzo studiando così poco. Odiavo gli esercizi. Non avevo fiato, non avevo voglia, non lo pulivo mai. Lui, per ripicca, non suonava. Solo l’ultimo anno di conservatorio recuperammo una specie di intesa che rimaneva cocciutamente tra i muri di un seminterrato a Domo, e questo perché sapevamo entrambi che sarebbe stato l’ultimo anno.

L’ultimo. Fui davvero profetica.

Della banda ho un mucchio di ricordi: servizi noiosi, servizi proficui, belle esperienze, complicità occasionali, concerti, gite, eventi, marce a memoria, costumi di carnevale, figure imbarazzanti, silenzi e discussioni, litigi e amori, viaggi, cambiamenti, discorsi, rivelazioni, scoperte, vestiti, delusioni. Ma il più forte, è il ricordo di facce ed espressioni che per la prima volta non mi guardavano con fastidio per la mia muta  e ridicola presenza.
Alla banda di Domo vengono lanciate un mucchio di critiche, da dentro e da fuori, ma a me non importa, non è mai importato. Sono stati tra i primi che sono riuscita a frequentare sì con imbarazzo e vergogna per il mio mutismo, ma anche con la certezza che sarebbe andato bene così comunque. Loro non mi avrebbero preso in giro, tormentato e minacciato solo perché ero lì, perché sembravo debole, perché dovevano divertirsi. Non mi avrebbero mandato via quando parlavano e non avrebbero cercato di mettermi in una condizione di servilismo. Questo fecero per me, non mi fecero niente, accettarono la mia presenza e basta, mi salutavano e solo per questo io ero una ragazzina felice.

Patetico, vero?

Questo è stato l’unico motivo che per sette anni mi ha convinto ad andare a servizi noiosi, a levarmi il sonno e a rinunciare a uscite serali con gli amici. Ho sempre amato la banda, mi è sempre piaciuto starci, anche nel mio mutismo e nella mia indolenza, ma starci. Ho capito tante cose stando con loro, osservandoli, ascoltandoli. Anche se a  volte quel che si vedeva poteva non piacere, il solo starli a guardare mi ha insegnato tante cose su come comportarmi, rispondere alle provocazioni, stare in compagnia, atteggiarmi, stare agli scherzi.
Li ho invidiati tanto per la loro spigliatezza e il riuscire ad essere a proprio agio in qualsiasi circostanza, per i racconti delle serate e delle feste che organizzavano.

Sono criticati su molti fronti, ma mi sono sempre piaciuti.

Io non ho mai fatto sul serio parte della banda, ma la banda ha fatto parte di me. Io ero solo un nome su una lista di musicanti, il ranocchio anonimo con gli occhiali sempre spettinato sulle foto di gruppo, ma loro erano parte di me.
Alcuni di loro mi sarebbe piaciuto frequentarli di più; ad alcuni di loro avrei dovuto dire cose che non ho mai detto e non dirò mai; ad alcuni di loro dovrei dire grazie, ad altri smetterla di insultarli, che di tempo ne è passato e che starci a ripensare non ne vale più la pena. Alcuni mi piacerebbe vederli ancora.
Il tempo è passato e io non ho mantenuto una promessa. Quest’anno avrei dovuto impegnarmi di più, andare a qualche servizio in più, telefonare ogni tanto, ma sono andata solo a una processione e a carnevale. Basta.
Quest’anno non sarò a s. Cecilia, non impegnerò più tutta una giornata per la banda, non dovrò scappare via subito dopo il caffè perché devo essere a scuola il giorno dopo o perché c’è una serata speciale organizzata da mia cugina, non starò mezz’ora davanti allo specchio per riuscire ad essere presentabile almeno quel giorno dell’anno, non indosserò i guanti tagliati, né la cravatta, né le scarpe nere. Non spererò di essere in centro tavolo invece che agli estremi, non guarderò tutte le scene spiritose che il Trio e gli altri ragazzi hanno preparato, non sfilerò in centro città e non ascolterò il sermone politico del parroco di Domo, non suonerò a prima vista i pezzi della messa di s. Cecilia, non ascolterò il coro. Non parlerò con A., P., D., F., B., F., M., E. Non parlerò con T.

Non riderò e non mi sentirò sola uscendo dalla sala.

Nella lista dei clarinetti il mio nome non c’è, è stato tolto da un pezzo. È un altro capitolo chiuso, una storia finita, un ricordo da mettere in una scatola e andare a guardare un giorno, ogni tanto, a volte. Ci metterò dentro tanti rimpianti e soddisfazioni; sorrisi, pianti e risa; la cravatta, il distintivo, il leggio, il libretto; volti, voci, suoni, occhi e mani; giornate di pioggia, di sole, di neve e di vento; falò, incensi, polveroni, palle di neve, coriandoli, vino, costine e aperitivi; lungolaghi, colline, montagne, città, fiere, raduni, campi di calcio e chiese; sogni, illusioni, amori e amicizie; dolore, rabbia, gioia e divertimento. Metterò tutto in una scatola, la infilerò accanto al clarino, si faranno buona compagnia.
L’anno scorso mi dissero che il giorno in cui sarei voluta tornare avrei trovato la porta aperta. Mi piacerebbe davvero.

Ma tornare significherebbe vivere lì.

Non sono mai stata una buona musicante, ma mi piaceva esserlo, e ora non lo sono più. Era uno dei legami che avevo con quel posto, era un legame forte e mi impediva di dimenticarmi della mia città, perché era anche un obbligo.
Quel legame non esiste più, è un ricordo sparso in mezzo ai più belli e dolorosi. Avevo paura a perderlo, perché era una delle poche cose che mi costringeva a tornare a casa, avevo paura di perderlo, perché avrei perso una cosa presiosa.
Quel legame non c’è più e il mio istinto di nomade non ha più nemmeno un filo come guinzaglio, perché i legami della parentela tengono solo fino a quando esiste la nostalgia o armadi pieni di vestiti e scaffali pieni di libri.

Avevo un bel legame, ma non sono riuscita a mantenerlo.

Ora il clarinetto occhieggia dal mio comodino, maligno e nostalgico, ma per oggi ancora non lo risveglierò. Per oggi mi basta andare a dare un’occhiata a vecchie foto di feste e di cene, a rivangare ricordi, voci e volti, sentimenti e sensazioni. Per oggi mi basterà assaporare quello che avevo ed essere contenta di averli conosciuti.

Grazie per tutto quello che avete fatto per me, siete uno dei ricordi più belli che ho.

venerdì 18 novembre 2005

Catena

Ho appena finito di rivestire un metro di una catena fatta di giornali con il metodo art attak; ho cominciato alle dieci e mezza.

L'ho cominciata giovedì pomeriggio e oggi mi hanno informata che non deve essere pronta con calma, ma per lunedì mattina, giorno di riprese. Io sono a casa, a sei ore e mezza da Venezia, sto lavorando sul tavolo della cucina, devo ancora finire di rivestire quella catena - lunga almeno due metri - e devo anche colorarla. Magari dovrei anche riuscire a procurami la gommapiuma (sempre per il laboratorio) e, se il tempo lo permette, portare il regalo di compleanno a mio padre, che tra l'altro non è ancora finito.
Ma... svegliarsi un po' prima?
E se Dickens a Marley invece di una catena ci metteva una collana? O un paio di manette, qualche bracciale, una corda, ma proprio una catena?!?!
-.- No eh?
Troppo comodo....

Devo anche farmi la doccia ç_ç

Se Mr. dG. prova a dirmi all'esame che io non ho fatto niente lo strangolo... giuro.
Tanto il canale della Giudecca è profondo ^_-

Sfogo finito, tornate pure a leggere qualcosa di più interessante.

martedì 15 novembre 2005

15 Novembre

21 anni e 5 ore fa, all'ospedale di Domodossola nasceva un bel maschietto, figlio di vigezzini. Sano, forte e robusto, è diventato un gran ragazzone alto quasi due metri. Ora fa il camionista.

Dieci minuti dopo sono nata io.

lunedì 14 novembre 2005

Io sono...

... nei tragitti da scuola a piazzale Roma con M. o L. o Mv., sono nelle cene non programmate con pizza su una panchina in una calle di Venezia con M., sono nelle cose in cui mi coinvolge imperiosamente con una forza di persuasione simile a quella di mia cugina, sono nei racconti che lei ed E. mi fanno su come va la loro vita, su come la vivono, sui problemi che devono affrontare.
Sono nei pettegolezzi, nelle scenette recitate con voce stupida che facciamo per strada, impersonando ruoli diversi a seconda dell'umore, sono nelle prese in giro di noi stesse e degli altri, nelle frasi stupide, nelle risate spensierate.
Sono negli abbracci che A. mi elargisce con una generosità spontanea e allegra.
Sono nei momenti in cui mi rendo conto di quanto voglio bene a persone che non avrei mai immaginato di conoscere e di dargli addirittura del tu, come Stormy e Doc.
Sono nei momenti in cui ho slanci di affetto verso persone che vedo tre volte in un mese, ma che so che potrebbe essere davvero bello poter frequentare di più. Sono negli slanci di affetto fisici che a volte riesco ad elargire ai miei amici. Sono nell'aria fresca delle sere d'autunno, nella nebbia fitta e umida, nelle luci di Marghera, nelle arringhe contro i padroni di casa che faccio con S.
Sono nei sorrisi raggianti di G.
Sono nelle telefonate che Anna ha finalmente cominciato a farmi quando ha voglia di sfogarsi, sono nella complicità che io e mia cugina a volte riusciamo a recuperare, sono negli sfoghi e nei discorsi infiniti (e ripetitivi) di mia madre, sono nello sguardo di mio padre, quando ci vediamo e vedo chiaramente tutto l'affetto che ha per me.
Sono tra le grinfie delle mie gatte, quando decidono che hanno voglia di me e non cambieranno idea.
Sono nelle prese di posizione, quando decido che una persona ha smesso di essere in un'orbita vicino alle mie grazie, perchè ha offeso una mia amica. Sono nelle notti veneziane, quando mi buttano fuori dalla biblioteca che, in effetti, sarebbe anche ora di andare a dormire.
Sono nelle notti brave, quando salgo in autobus barcollante sotto lo sguardo preoccupato e lucido quanto il mio di E. e M., sono nel bicchiere sempre pieno, perchè quella sera ho(hanno) deciso che mi devo ubriacare.
Sono nei libri che leggo e nelle storie che scrivo.

Che ciò che devo fare non mi entusiasmi più di tanto, non importa. Finché riuscirò a passare quei trenta minuti, un'ora al giorno in cui riesco a capire dove sono, andrà tutto bene.
Finchè avrò un contatto con tutte queste persone con cui ho continuato a crescere e che continuano a darmi ogni giorno la loro dimensione e la mia, andrà tutto bene.
Finché verrò coinvolta in esperimenti pazzi e in fronti contro qualcuno o ingaggiata come aiutante qualsiasi, andrà tutto bene.
Perchè finché succederà vorrà dire che per qualcuno esisto, che non è vero che non sto facendo nulla, e anche se si tratta di soli dieci minuti per andare fino all'autobus, vale la pena aspettare tutto il giorno per poterli vivere con qualcuno.
Finché qualcuno sarà felice di vedermi e di parlarmi, io ci sarò.

Finchè qualcuno avrà anche solo bisogno della mia presenza a fianco, io non smetterò di alzarmi al mattino. Forse continuerò a lamentarmi, ma se smettessi, non sarei più io.
Qui non c'è solo quello che devo fare, qui c'è molto di più.

See your space cowboy...
Apatia

Ci sono periodi in cui ti senti sfinita, in cui tutto quello che vorresti fare è rintanarti nel tuo mondo e rimanerci, in cui ogni minima interferenza esterna può essere fastidiosa, in cui il livello di attenzione cala a dei minimi storici in cui non pensavi di arrivare.
Sono in uno di quei momenti.
Ho passato due anni in una sistuazione di astrattismo tale che mi sono sorpresa di quale velocità è arrivato il mio pensiero, al punto in cui solo la tastiera di un pc e una matita possono ormai accogliere le immagini che mi si formano in testa. Se uso la penna è la fine.
Mi sono sorpresa a vedere che cominciavo ad andare più veloce, troppo, e che il tempo era completamente riempito. Mi sono sorpresa a non avere più un attimo per me, un attimo di pace, un solo giorno in cui non c'era niente da fare, niente a cui pensare. Mi sono sorpresa di riuscire a immagazzinare informazioni con una velocità, un'impegno e una concentrazione che non credevo possibili per me. Era bellissimo.
Credevo di aver trovato il mio paradiso in terra, nemmeno un giorno di noia, di tedio, di apatia.
Era quello che volevo.
Poi è successo qualcosa.

I freni della bici mi si sono rotti e io sono andata a schiantarmi contro un muretto basso, rovindando penosamente a terra.

Mi sono arrestata di brutto, stanca e dolorante, i muscoli che non reggevano più lo sforzo, i nervi lo stress. Mi fermo e mi lascio trasportare dal tempo, nella speranza che i due mesi successivi sarebbero stati sufficienti a rimettermi in carreggiata a ottobre.

Però c'è stato un imprevisto, un intoppo.
Si chiama Torino e fa tutto riferimento a Doc.

Solo dodici giorni, in cui uno spettacolo non brillantissimo veniva montato, smontato e rimontato. E io con lui.
Ho imparato più cose in quei giorni che in uno dei corsi obbligatori sul teatro in facoltà.
Mi alzavo al mattino e avevo uno scopo. Ero stanchissima, stravolta, non dormivo, ma avevo qualcosa da fare, avevo una funzione. Potevo fare qualcosa di concreto.
Essere scaraventata in tutto quel concreto dopo due anni di astrattismo puro, è stato lievemente shockante.
Aggiunto a un malessere e una stanchezza di fondo, il patatrack non ha tardato ad arrivare.

Dopo pochi giorni di scuola, in cui i corsi sembravano alcuni dei migliori che mi potessero capitare (ed ero pure a posto coi crediti), mi è parso chiaro che in realtà non stavamo facendo niente. Io non stavo facendo niente. Io non sto facendo niente.
Sono stufa di non fare niente.

Ho ripreso a leggere Clive Cussler.

In realtà da fare ne avrei, ma non è niente che mi stimoli abbastanza da buttarmici a corpo o che mi sia possibile fare seriamente. Passo i miei pomeriggi ad ascoltare solo a metà quello che dicono in quest'aula, il resto è internet e la mia fan-fiction.
In realtà, le cose che dovrei fare, sono anche fin troppe. La realtà è che sono così tante che il tempo non basta oppure basterebbe, ma dovrei andare troppo veloce, e la velocità l'ho persa da qualche parte tra le lacrime di mia sorella, il dover accontentare mia cugina e la preoccupazione per mia madre e mio padre.

Mio padre non ha fatto gli auguri di compleanno ad Anna.
Pare che mia madre stia sclerando a causa di un secondo lavoro che non si sa ancora se la sta facendo guadagnare o le sta solo facendo perdere risorse ed energie.
Siamo sul piede di guerra coi padroni di casa.
Devo fare ancora la domanda di riduzione tasse.
Non ho detto a mio padre che le tasse sono duplicate.
E' un mese che non vedo e non sento mio padre.
Devo prendere di nuovo in mano il clarino.
Sono stanca.

Qualcuno mi dia una botta in testa e faccia finire questa litania patetica.

Non riesco più a dormire.

Ognuna di queste frasi mi leva il sonno la notte, tornano e mi tormentano perchè non le voglio affrontare. So che ogni volta che rimetto piede in quella casa, in quella città, io mi devo eclissare e fare fronte alle esigenze di chi incontrerò lì. Io non esisto a casa, ma sto cominciando a non esistere nemmeno qui. Qui ora esiste solo l'università, questo spettacolo e i problemi economici.
E io?
Dove sono io?
Dove diavolo sono finita io??

Caduta in una canale? Spersa per le calli, inghiottita dalla nebbia, rapita da un fantasma, imbracata su un mercantile greco? Dove diavolo sono io?

Io sono persa nel mio mondo. Questo non mi sta più interessando, perciò mi eclisso in un posto che nessuno può portarmi via. E' il mio modo di combattere l'apatia, lo faccio fin da quando sono piccola. Ho ripreso a volare per necessità. Non è più un divertimento. E' una droga, è quasi snervante.

Se riuscirò a finire quest'anno senza impazzire sarà un miracolo. Ma se non sono impazzita fino adesso, forse è semplice istinto di conservazione.


mercoledì 9 novembre 2005

Elisa

Elisa mi ha scritto.
Una mail carica di emozione ed energia come non la ricordavo da tempo.
E' malinconica, le manco. Anche lei manca a me.  Alle prime righe ho pianto.
Con le spalle rivolte al resto della classe mi sono permessa di eclissarmi dal mondo reale per immergermi in quello della mia adolescenza, ricordandomi di come ho conosciuto Elisa. Ho lasciato alle mie emozioni lo sfogo di cui avevano bisogno tornando a un primo giorno di scuola di sette anni fa, il giorno in cui una ragazza seduta su uno sgabello del laboratorio in cui avremmo dovuto passare cinque anni della nostra mia vita mi chiamò: "Ehi M, siediti vicino a me". Non ricordavo nemmeno il suo nome. Quel giorno conobbi la mia migliore amica.
Lei è quella speciale, quella che ti porti appresso per il resto della tua vita, in un taschino della giacca o della borsa per essere sicura di avere sempre il giusto supporto morale; quella con cui misuri tutti gli amici successivi, quella che conosce tutto, ma proprio tutto di te. Lei è Elisa.
E' la ragazza con cui ho esplorato i dintorni più misteriosi di Valenza, la ragazza che mi raccontava delle (poche) leggende su quelle colline, che mi ascoltava, mi sopportava, mi contraddiva e dopo che avevamo litigato, accettava le mie imbarazzate e frettolese scuse con un sorriso dolce e paziente, che diceva chiaramente che non faceva nulla. E' la persona a cui ho confidato i miei più intimi pensieri, preoccupazioni, ricordi, sentimenti. Un diario su cui scrivevo pagine e pagine senza nenche rendermene conto; e sempre senza rendermene conto, lei faceva lo stesso con me.
L'ho conosciuta in prima superiore, quando ero una sciocca e impulsiva ragazzina vaccinata fin troppo precocemente sulle ingiustizie del mondo e della società, ma ancora una bambina su diversi piani: non avevo assolutamente coscienza di me e sopratutto non accettavo me stessa. Lei era tra il  mio opposto e il mio simile. Calma, posata, sempre ben curata, educata, esprimeva la responsabilità degna della figlia di una professoressa del liceo. Sapeva sempre che cosa dire e come dirlo, come trovare un approccio temporaneo con chiunque mentre io, solo per chiedere qualcosa alla portinaia, avevo il cuore in gola.  Era la ragazza sicura al mio fianco, che studiava la lezione e ricopiava gli appunti. Lo ha fatto per cinque anni.  Non ho mai capito come facesse.Io ho preso appunti solo l'ultimo.
Ma anche lei si sentiva a disagio e mentre io lo nascondevo sotto alle tute e alle camicione di pile, lei indossava pesanti maglioni senza forma, cippria e un cipiglio severo e indifferente. Dopo divenimmo delle attrici migliori.

E' la prima persona con cui ho 'volato'.

Ricordo ancora il giorno in cui mi ha chiesto che mi succedeva, quando io mi incantavo davanti alla finestra ed escludevo il mondo dai miei pensieri. Glie l'ho detto, l'ha capito al volo. Entro la fine della mattinata, entrambe eramo volate in posti meravigliosi, lontane dal grigio opprimente di quella scuola.
Io e lei sognavamo di aprire insieme un'azienda.

Ricordi Elisa tutti quei progetti di come avremmo costruito casa nostra? Volevamo vivere insieme.
Quattordici anni. Tu non potevi nemmeno arrivare al tuo cancello senza essere sorvegliata a vista.
Ricordo di C. Ricordo che non capii bene all'epoca, non subito. Capivo che ti vedevo felice sulle sue ginocchia, capivo che lui era la prima persona con cui potevi condividere una cosa che nemmeno io potevo avere. Ricordo che mi coinvolgevate in voi con naturalezza. Mi è mancato dopo sai? Eravamo un bel trio.
Ricordo la rabbia che provai verso tutti quelli che vi separarono. Ti vedevo piangere, non mi piaceva. Se tua madre aveva avuto il beneficio del dubbio fino a quel momento, da quel giorno smise di essere nelle mie grazie. Te n'eri accorta vero?
Ricordo il giorno in cui riuscii a farvi incontrare per l'ultima volta. Che fatica che avevo fatto per convincerti. Per me era semplice 'Esci con me e torni da sola, dici che dovevo tornare a casa e siccome eravamo proprio detro a casa tua hai pensato che non era necessario accompagnarti. Non succederà niente.' Ho fatto bene, ne avevi un gran bisogno.
E' stata l'ultima volta che l'ho visto. A parte fugaci apparizioni alla fiera s'intende. Ricordo che non lo volevi più vedere.

Ricordo anche la paura che avevo di non trovarti più, il secondo quadrimestre. Volevi andare a studiare a Pinzolo. Non te l'ho mai detto, ma volevo gridarti di non andartene, di non lasciarmi. Ma io sono sempre stata consapevole della voglia di evadere e scappare. Ti diedi un lungo abbraccio e sperai che tu ce la facessi.
Ricordo che il secondo anno, mi resi conto di quanto tu eri cambiata. Dopo C. eri cresciuta, troppo al quell'epoca per me. La gente intorno a noi blaterava di cose futili e banali, i professori di un futuro troppo grigio per desiderarlo sul serio. I sogni erano svaniti così com'erano arrivati. Tra le varie cicatrici che il mondo ci infliggeva e si preparava ad infliggerci avevamo solo una persona a cui aggrapparci, te lo ricordi? E' stata sua perdita, l'ennesima, che mi causò quella crisi in terza.
Fortunatamente, io e te avevamo cominciato ad uscire più spesso in bicicletta e a scoprire altri mondi e a parlare più liberamente, senza controlli, senza paura di essere ascoltate. Quale miracolo aveva comportato questo permesso straordinario? Non me lo ricordo sai?

Te la ricordi la villa sulla collina? Non ricordo esattamente la prima volta che me ne parlasti, ma rimase nei miei pensieri per un bel pezzo. Io volevo andarci, tu no. Ci riuscii solo parecchi tempo addietro ad andarci, quando ebbi il motorino. Mi sgridasti perchè ci ero andata da sola.
Mi ricordo lo shock che avevi negli occhi quando quel bastardo decise di levarti l'ultimo pezzo di innocenza che avevi. Avrei voluto ucciderlo. Ancora adesso ho l'impressione che se non avessi passato un'ora a convincerti di dirlo a tua madre, forse non l'avresti fatto. Non hai più voluto suonare il pianoforte da allora.

I ricordi si affollano. Più vado avanti e più scopro particolari, significati, espressioni, frasi, avventure, battaglie combattute. Sono tutte li. Elisa è dentro di me, forte e presente come se fosse qui, al mio fianco mentre scrivo, e non a chilometri di distanza.

Ricordo perfettamente, le battaglie verbali perse, per riuscire a convincerti di impuntarti. Soffrivo e mi arrabbiavo a vederti prigioniera di te stessa e della tua famiglia. Ogni volta che venivo a casa guardavo negli occhi le persone che ti avrebbero voluto diversa e spesso non sapevo come comportarmi. Mi sentivo a disagio. Solo quando eravamo in camera tua al riparo dai loro sguardi mi rilassavo. Volevo che tu ti liberassi, che diventassi finalmente te stessa, perchè io sapevo com'eri. Le volte in cui le tue difese crollavano sotto la pressione di un'emozione e un carattere troppo forte per essere rinchiusi ancora, tu ti rivelavi per quello che eri. Eri bellissima nella tua vera essenza.

Ho ricevuto la sua mail, che mi sta facendo vivere in ricordi tanto dolci quanto dolorosi. Sono un fiume in piena inarrestabile e sono così tanti che a volte ho l'impressione di impazzire.
Mi scrive delle cose bellissime: la mia Elisa è innamorata.
Sta con un ragazzo che ha conosciuto nell'unico posto al mondo in cui le era permesso essere se stessa senza timori o costrizioni. E infatti anche lui si è innamorato di lei. Difficile non farlo.
Già da tempo io sapevo che la forza dell'amore ci rende in grado di fare cose che non riuciamo a compiere quando le nostre emozioni sono contenute. Da innamorati siamo in grado di stravolgere il mondo e lei lo sta facendo.
Sono felice. Elisa ha deciso di comiciare a vivere a modo suo, di vestire a modo suo, di comportarsi a modo suo, di fare quello che realmente le piace e la appaga. Lei ha solo ventun'anni, ha il diritto di fare la ventun'enne. Da quel che ho letto, non permetterà più a nessuno di levargli la sua giovinezza rinchiudendola in un camice da lavoro o in un completo impersonale. Mi verrebbe voglia di gridare 'Era ora!'. Se mi presentasse A. domani, non riuscirei a trattermi dal buttargli le braccia al collo.

Ti ho vista sempre troppo grande per la tua età. Io volevo che ti lasciassi andare un po' di più, in fondo si è adolescenti una volta sola nella vita e io già rimpiango quella parte di adolescenza che non ho utilizzato. Era faticoso anche solo farti partecipare alle feste scolastiche, alle cene di classe. Uno dei miei desideri, era riuscire ad andare al cinema con te.
Quando andavamo alle fiere mi arrabbiavo perchè ci venivi in completo; voleva dire che non eri una studentessa in semplice gita scolastica, ma la figlia di un orafo, che eri lì per rappresentare tuo padre e il suo lavoro, una persona responsabile, giudiziosa e seria. Eri una pubblicità ambulante. Non lo sopportavo.

Eravamo entrambe due ragazze che ne avevano passate abbastanza da essere più grandi di chi ci circondava. E' vero, eravamo completamente ignoranti su una materia in cui invece eccellevano le nostre compagne, ma non abbiamo mai considerato i ragazzi e l'amore come una priorità.

Ricordi la lista dei filarini di Vale e Fede? Cavoli, a che numero erano arrivate? Non lo ricordo ma era un numero esagerato per una sedicenne, per lo meno io lo pensavo. Capii solo più tardi che nella lista ci dovevano aver aggiunto anche 'ragazzi-con-cui-avrebbero-voluto-stare'. Ma le fantasie non valgono.

Noi eravamo più grandi in un altro senso: io consapevole che la vita bisognava viverla fino in fondo, nel miglior modo possibile, senza accettare i compromessi imposti dagli altri, lei consapevole che il futuro è una cosa troppo importante per lasciarla al caso o ai sogni. Ecco, io credevo ai sogni.
A dire il vero, ho ricominciato a crederci grazie ad Ema, perchè li persi assieme a lei, per i corridoi di una scuola piena di persone troppo ciniche per darci qualcosa di più della tecnica. Però non ho mai smesso di cercarli e anche se hanno sempre fatto di tutto per togliermeli, appena li ho ritrovati me li sono tenuti stretta, mi ci sono aggrappata più che potevo e lo faccio ancora.
Ora li ha ritrovati anche lei. Diversi dai miei certo, ma li ha ancora. Sente ancora il petto scoppiarle per un'emozione troppo grande da contenere e sente di poter fare di più nella vita.

Ricordo i giorni in cui finalmente ebbi una compagna valida per riuscire a convincerti ad andare avanti, a non fermarti, a portare avanti la tua passione per il disegno, o qualsiasi cosa ti ispirasse. All'inizio ero delusa, perchè quando era lei che ti parlava sembrava quasi convincerti, poi lasciai l'egoismo e la gelosia alle spalle e mi dissi che se lei era in grado di convincerti, io le avrei dato tutto l'aiuto possibile. Purtroppo, la tua famiglia vinse ancora. Forse solo lui sarebbe stato in grado di fare qualcosa, ma se n'era andato. Aveva deciso che non valeva più la pena di stare in quell'edificio a darci qualcosa che gli altri insegnanti non si sognavano nemmeno di dare. Forse però avrebbe perso anche lui, perchè all'epoca noi non stavamo parlando con te, ma con una filiale dell'agenzia materna. A volte, era davvero sconfortante.

E' bello sapere che Elisa sta tornando ad essere Elisa.

Forse un giorno riusciremo a incontrarci a metà strada tra i nostri mondi e ci guarderemo negli occhi, riuscendo finalmente a vedere chi siamo davvero e se siamo riuscite a diventare quello che volevamo.
Ti ho aspettato tanto alla porta dei sogni. Finalmente possiamo entrarci insieme.


martedì 8 novembre 2005

Il risveglio perfetto

Apro gli occhi: otto e trentadue del mattino. Dovevo svegliarmi solo un quarto d'ora più tardi, il mio bioritmo deve aver anticipato i tempi. Accidenti a lui.

Sento dei lievi rumori provenire dalla casa. Sonia è già sveglia, speravo tanto di poter avere un risveglio ideale.

Alzarmi al mattino e trovare la casa vuota. Potermi aggirare tranquillamente tra le stanze senza fare troppo caso a cosa lascio al mio passaggio, tanto ho tempo per rimettere tutto a posto prima di uscire. Cammino come una sonnambula e consumo con calma la mia colazione, permettendo alla mia mente di indugiare in sogni e fantasie che non sono scomparsi con il risveglio, senza tentare di istituire un minimo controllo delle espressioni.
Il mattino è sacro. Il risveglio pure.

Tv ad alto volume, voce maschile. Strano, che ha Sonia? Non è da lei.
Pochi minuti dopo al traffico in cucina si aggiunge il rumore della lavatrice che sta andando. Sta facendo una centifruga? Non può fare altro con quel rottame che si è rotto per l'ennesima volta. La voce del padrone di casa.
O cazzo.

Ok, c'è una cosa da dire. Se mi sveglio al mattino e con me c'è anche uno dei coinquilini la mattinata può essere un po' pesante. Se mi sveglio a causa delle donne che puliscono le scale, poco male, ma la mattinata diventa irritante. Se mi sveglio con i rumori dei lavori nel palazzo la mattinata parte davvero male. Ma se mi sveglio con i P. in casa, allora la mattinata è decisamente una totale catastrofe giornaliera.

Si sono portati dietro il tecnico della lavatrice. Alleuja, meglio tardi che mai.
La nostra Margherita (si chiama proprio così, c'è l'ha scritto nell'angolo in alto a sinistra) si è rotta nei recessi di un agosto in cui è stata lasciata in balia dell'inquilino più irresponsabile dell'appartamento. Sonia se ne è accorta a settembre e l'ha comunicato ai P. Io e Silvia lo abbiamo ribadito a ottobre.
7 Novembre, alle otto e mezza del mattino, un tecnico è nella nostra cucina con loro in casa.

Ma porca di quella dannata miseria bastarda! Avete aspettato due mesi, aspettare altre due ore era troppo disturbo?!
Ma quello che mi fa più imbestialire, è che per l'ennesima volta sono entrati in casa nostra, in un orario in cui -per educazione- non si fa visita a casa di qualcuno senza preavvisare, comportandosi come se fossero loro lì ad abitarci e non avessero affittato la casa a nessuno. Non siamo loro parenti! Questo è decisamente irrispettoso! Costava troppo chiamare il giorno prima?

Alle nove e venti decido che posso alzarmi. Il tecnico non c'è più e questo vuol dire che un estraneo in meno mi vedrà in un momento di totale instabilità, intimità e debolezza. Detesto queste cose.
Mi infilo i pantaloni della tuta ed emergo dalla camera proprio davanti al padrone di casa che esclama tutto gioviale:
"Ah! Ma allora c'è qualcuno! Ehi, hai visto? Lei c'era!"
Io mormoro il mio più assonnato e impersonale 'Giorno e mi infilo in bagno, cercando di rendermi se non altro presentabile. Sguardo allo specchio: decisamente troppi brufoli.

Io odio la routine. La sfuggo da quando ho tredici anni e ci sono riuscita solo a diciannove... più o meno.
La routine è qualcosa che, come sopraggiunge, non mi fa dormire la notte. Mi toglie la voglia di alzarmi al mattino e affrontare le mie giornate. Mi annoia terribilmente costringendomi a cercare scappatoie che mi levano tempo a ciò che dovrei fare realmente, cacciandomi ovviamente in pasticci poco piacevoli.
Ma la routine del mattino, è sacra.
Ho un rituale preciso, fatto di gesti automatici che godo a poter fare in tutta la loro tranquillità, senza fretta.
Rompetemi la routine e rischiate seriamente di poter vedere in faccia quel simpaticone della neo-morte prima del tempo.

Decisamente i P. stamattina hanno rischiato.
Lui se ne deve essere accorto però, perchè si è eclissato come ho cominciato a tirare fuori la tazza e il resto necessario alla colazione (con una velocità che proprio non mi è congeniale), per sua fortuna vorrei aggiungere. Ancora meglio, la moglie proprio non l'ho vista: era nella ex-camera dei ragazzi a fare non so cosa. Credo abbiano cambiato un letto (chissà chi ci deve venire visto che si stanno impegnando così tanto... o forse si sono solo accorti che la camera è 'leggermente' indecente per il prezzo che chiedono).

Ho potuto finire la mia colazione, lavarmi i piatti e infilarmi in bagno a farmi la sospirata doccia prima che lui tornasse dalla soffitta.
Prima però è emersa anche Silvia dalla camera, con una faccia che rifletteva i miei stessi sentimenti.
Purtroppo, quando sono uscita dal bagno completamente vestita e lavata (con tanto di lenti a contatto) lui era di nuovo fra i piedi. Mi sono asciugata i capelli ho fatto la borsa fin troppo velocemente, con un'energia che tradiva il desiderio di essere il più lontano possibile da lì nel più breve tempo possibile.
Treccia, giacca, borsa, Nino, ciao Silvia, buona fortuna e via!!!

Dieci e venti ero in strada davanti alla fermata del bus.
In teoria, le 'e venti', sarebbero l'orario giusto per essere a scuola entro l'ora andando con un passo medio, senza correre.
Io non sono mai in orario.

Sguardo al porta cd, Ligabue non c'è. Dannazione.
Arriva l'autobus. Non c'è un posto a sedere neanche a pagarlo.
Niente Liga e niente posto a sedere, due ragazzi si impossessano del posto sulla porta.
Non è giornata.

Ah... il ricordo delle mattinate indolenti, lente e tranquille. Un buffetto al gatto e un'occhiataccia storta al Re dell'acquario erano il massimo del contatto sociale. Non lavare la tazza perchè tanto c'è la lavastoviglie. Chiedersi come avrei passato la giornata.

Io, Nino, la mia treccia anticrespo e i miei brufoli siamo in facoltà alle undici meno cinque, un record da segnare sul calendario perchè credo sia la prima volta che arrivo in orario a scuola quest'anno.
Era ora visto che la scuola è iniziata il tre ottobre.

Crogiolarsi nella tuta e nelle calze di spugna spesse mentre assaporo lentamente i biscotti nel latte al cacao. Lasciare che l'acqua cancelli lentamente le tracce della notta appena trascorsa. Vestirsi senza fretta, assicurandosi che tutti i vestiti siano al loro posto.

Voglio il mio risveglio perfetto! ç_ç
post preso dal blog di Stormy:


Submission
Archiviato in: Giornalino, Lampi il 7 Novembre 2005 da Stormy



Theo Van Gogh era un regista.

Il 2 novembre 2004 è stato ucciso da un estremista islamico a causa dell’ultimo film che aveva realizzato: “Submission”.

Il film era stato sceneggiato da Ayaan Hirsi Ali che - dopo l’omicidio di Theo - è intervenuta più volte e in tutta Europa, perché il film venisse distribuito e visto.

Tuttavia Gijs van Vesterlaken, produttore di Submission, ha deciso di ritirare l’opera a tempo indeterminato a causa delle minacce di morte che gli sono giunte e che sono state ritenute credibili dai servizi di sicurezza. Il cortometraggio, dopo essere stato trasmesso solo in piccola parte dalla televisione olandese, è diventato “pericoloso” per chiunque vi si avvicini.

Il tema affrontato da Van Gogh, quello della mancanza di libertà, della sottomissione della donna nella famiglia islamica, ha provocato l’istinto omicida del fondamentalista di origine marocchina che gli ha dato la morte in modo rituale: buttato giù dalla bicicletta, sparato in faccia, la gola squarciata e una lettera infilzata nel ventre che annunciava la fatwa contro la sua sceneggiatrice, la somala infibulata e oggi parlamentare Ayaan Hirsi Ali.

Da allora nessuno ha più visto l’opera, né sui canali televisi che l’avevano annunciata, né tanto meno al Festival di Rotterdam, da sempre attento ai problemi della libertà. Per non parlare del “correttissimo” Festival di Cannes. Era arrivata la notizia di una eventuale proiezione al Festival di Locarno, ma il direttore della rassegna Irene Bignardi ha spiegato al Corriere della Sera che mai è stata fatta richiesta della pellicola proprio per la dichiarata e concreta impossibilità di proiezione per motivi di ordine pubblico.

Tutto questo, probabilmente, lo sapevate già… Le righe che avete appena letto sono un copiaeincolla da articoli vecchiarelli assai.
Ognuno la pensa come gli pare. Almeno alcuni…
Quasi tutti, la pensano come possono…

Io penso che abbia dell’incredibile morire assassinati da un pezzo di merda per undici minuti di pellicola.

Penso che tutti i corretti e impegnati stronzi intellettuali che infestano di banalità ogni media, pronti a venire nelle mutande per il primo canzonettista predicatore o a starnazzare isterici per la mancanza di libertà e rispetto e dialogo e vaffanculo, se ogni tanto dimostrassero un minimo - non diciamo di coraggio - ma di semplice schiena dritta, sarebbe quasi un miracolo. Di quelli da far impallidire qualsiasi madonna piagnistea. Ma figuriamoci… Non si cava sangue dalle rape…

Penso che se c’è una speranza perché tutta questa merda cominci a venir lavata via, forse è nelle donne.
Nelle donne come Ayaan Hirsi Ali, che hanno molta meno paura delle conduttrici e direttrici di festival.
E molto meno potere.

Infine penso che non sia accettabile che un film non possa più essere visto, considerato e - manco a dirlo - criticato.

Ecco perché, appena l’ho trovato in giro per la rete, ho deciso di pubblicarlo.

Guardatelo, sono solo undici minuti…
L’inquadratura è piccola e ulteriormente rovinata dalla non brillante [ma opportuna] sottotitolatura in italiano.

E’ un film bruttino. In un paio di passaggi persino banale.
Non so se le cose che descrive sono vere o frutto di fantasia e sceneggiatura.

Certo non vale una pallottola in faccia, una gola tagliata, una pancia aperta e la promessa dello stesso trattamento a sceneggiatrice e produttore.


SUBMISSION
26 Mb ca, formato WMV