lunedì 17 ottobre 2005

Distorsione spazio temporale

Domenica. Obiettivo mattinata: prepararsi per tornare a Venezia.
Ovviamente, è un caos come al solito. Meglio, è più caotico del solito, a casua di quel piccolo particolare che è: riordino delle linee a Milano Centrale e un mezzo trasloco.
E vabbeh, facciamolo...
Tra ritardi, cose dimenticate, corse a casa per prendere le chiavi che poi erano nello zaino e una corsa spericolata da Varzo a Domo, arrivo in stazione con un quarto d'ora di anticipo sull'orario di partenza del treno.
Eh, bene no?, direte.
Seee... non avete mai conosciuto un bigliettaio domese.
Ho notato che anche in molte altre stazioni italiane la celerità non è il forte dei bigliettai, ma i nostri battono tutti i record. Una volta sono riusciti a metterci dieci minuti d'orologio per un biglietto, e il tipo doveva andare solo a Torino.
Per mia fortuna però, i cittadini domesi stanno più o meno prendendo tutti atto di questa triste realtà, quindi quando arrivano alla biglietteria glie la mettono giù nel modo più semplice possibile, in modo da creare poca confusione al nostro povero bigliettaio di turno. Certo, c'è sempre chi non ha afferrato il concetto e si mette a chiedere cose complicate, come la prenotazione di due posti per Roma con due mesi di anticipo, ma l'antifona più meno la capiscono tutti prima o poi.
Affrontato il bigliettaio, ho ancora 11 minuti prima di partire!! Avrebbero meritato un promozione, c'erano 4 persone prima di me!
Passo nell'atrio assieme e mia madre e dalla porta vedo uno strano vagone scuro, che sembra molto un vagone postale. Riguardo lo schermo. E no, è proprio il binario uno, ma che novità è mai questa?
Usciamo del tutto e vedo che non è il mio solito treno.
Niente carrozze bianche e verdi scialbe coi sedili puzzolenti e sfondati, no! Al posto dei soliti scarti delle FS, abbiamo un treno tutto dipinto di marrone scuro, molto alti, con alcune predelle in legno e i sedili...! Wa i sedili! Sono come quelli della vecchia Vigezzina! Marroni, tutti uniti, sembrano proprio avere il nfondo in legno e l'imbottitura sopra! I portabagli sono in legno e i numeri delle classi sono in rilievo, in metallo. Passo la prima classe, sedili scurissimi. La seconda, la becco con gli scompartimenti.
'Bhe, ok che qui mandano i treni più vecchi, ma mai fino a questo punto!'
Mia madre. La battuta sempre pronta. Anche quando non dovrebbe.
Però stavolta ha perfettamente ragione.

Davanti a me, ho un treno vecchio di almeno cinquant'anni. Lo vedo, ma non riesco a crederci.
Il mio primo pensiero, da ragazza pragmatica quale sono, ovviamente è: e ora dove diavolo la metto la valigia?
Eh si, in previsione del trasloco mi ero portata il mio fido trolley che, pur mancandogli tre ruote, fa ancora la spola da Domo a Venezia, sempre sovraccaricato ma senza mai un cedimento.
Vado avanti per un altro centinaio di metri osservando il colosso al mio fianco con la bocca e gli occhi spalancati.
Ci passa vicino di corsa un controllore, che si ferma notando il nostro evidente sbigottimento.
'Dovete andare a Milano?'
'Si.'
'Bene, il treno è questo. Che classe avete?'
'Seconda'
'Bene, potete salire là... o qua. Salite pure!'
E se ne va.

Cavoli.

Ripeto, lo vedevo, ma non ci credevo!
Mollo valigia, zaino e giacca a mia madre e salgo sopra. Ho bisogno di toccare con mano e vedere bene con gli occhi per crederci (e trovare posto per il colosso).
Stupendo. Passo nella carrozza di seconda con gli scompartimenti. E' tutto marrone. Sedili marroni, pavimento marrone, infissi marroni. Il resto è di legno chiaro impiallicciato. Vado nell'altra carrozza, il passaggio è uno spettacolo, sembra un piccolo ponte levatoio in metallo.
Arrivo nella piazzola di sosta e per un attimo mi sembra di essere da tutt'altra parte. Non sembra per niente l'area di sosta di un treno, potrebbe essere tranquillamente l'interno di una nave! Non aveva nessuna sbarra verticale per tenersi, era tutto sgombro, i sedili in legno pieghevoli manco si notavano. Sembrava uno spazio grandissimo, con le pareti chiare, il pavimento scuro a righe e queste quattro porte coi cardini. Il bagno poi, era il doppio di queli che ci concedono adesso, e il lavandino era in ceramica!
La carrozza era senza scompartimenti, con i sedili uniti e ognuno ha la sua rastrelliera per i bagagli in legno. Era una vecchia carrozza fumatori. Scendo dalla carrozza eccitatissima e isso la valigia nella carrozza in cui sono salita per prima per poi passare nell'area di sosta. Non ce la facevo a salire direttamente di lì, i gradini erano troppo altri, più dell'altra! Ma erano tutti così alti all'epoca?
Senza troppi complimenti scarico la valigia nei posti riservati agli invalidi, che è proprio all'ingresso, a fianco del vano del bagno, è un po' come isolata dal resto dello scompartimento, quasi claustrofobica, ma non mi importa. Me ne approprio, pensando che se ci sarà troppa gente, almeno un altro paio di persone ci staranno, strette forse, ma ci staranno.
Io e mia mamma ci guardiamo intorno affascinate prima che io la faccia scendere mentre i controllori passano a chiudere le porte. Li non sono automatiche.
Un'idea istantanea!
'Ehi! Ma come! Non mi saluti con il fazzoletto come si faceva una volta?'
Certo che si! Mi madre si fruga nella borsa e mi saluta sventolando il fazzoletto proprio mentre parto, ridiamo entrambe come due bambine.
Io e lei siamo specialiste nelle figure in pubblico.

Ero su quel treno, e ancora non ci credevo.
Un cartello nell'aera di sosta informava che quel giorno dei treni d'epoca avrebbero svolto il normale servizio di linea Domo-Milano, non ci sarebbero stati costi aggiuntivi. Viaggiavamo su carrozze del 1960 trainate da due locomotive del 1934.

Io adoro i treni. Dopo che i miei genitori mi portarono a vederli per la prima volta da piccola, li constrinsi parecchie volte ad andarli a vedere e poteva capitare nei momenti più disparati e all'improvviso. Andavamo a fare la spesa o al mercato e io saltavo su: 'Andiamo a vedere i treni?'
Lo facevo anche con mio nonno.
Mi hanno regalato tantissimi trenini, elettrici e di legno. Invidiamo quasi a morte Ale, perchè lui aveva il salotto invaso dal modellino perfetto di un treno con locomotiva a vapore che attraversava valli, città, gallerie e cavalcavia.
Uscendo da quella stazione, mi pareva di essere entrata in uno di quei modellini.
Ero tornata bambina.

Tutto appariva diverso su quel treno, da quel finestrino.
In un viaggio normale, mi sarei infilata subito le cuffie nelle orecchie e mi sarei persa nei miei pensieri e nella musica, cercando di estraniarmi il più possibile dal mondo esterno, mettendomi il più comoda possibile appoggiando i piedi contro il sedile opposto. Ma lì no, mi sembra di perdermi qualcosa di irripetibile, di fare un tremendo torto a quel treno. Quel viaggio me lo dovevo godere tutto, rimanendo lucida e ferma sulla realtà, osservando ogni dettagio, imprimendomelo nella mente.
Subito mi venne in mente che quel giorno non me la volevo nemmeno portare via la macchina fotografica, perchè non ci stava in valigia e invece la tirai fuori, pensando che il rullino in bianco e nero che aveva dentro era più che perfetto per una situazione del genere. Cominciai a vedere tutto in un'ottica diversa e un film in bianco e nero cominciò a svolgersi davanti ai miei occhi.

Com'era la mia vallata, sessanta-settant'anni fa?
I miei nonni ci erano saliti su quei treni?
Avrei voluto avere il vecchio cappello di mio nonno, sarebbe stato perfetto.
Mi accomodo bene contro il finestrino e lascio che la mia mente e i miei occhi si perdano su ogni dettaglio, cercando di immaginarmi le prime persone che viaggiavano su quei treni, come si comportavano, come chiacchieravano, come si vestivano. Inutile forse dire, che la prima cosa che noto è la totale assenza di qualsiasi scarabocchio o graffio; i braccioli in legno non ne hanno neanche uno, sono lucidi e laccati, con qualche solco scuro molto vecchio e arrotondato. Potrebbero anche averli sostituiti, ma preferisco pensare che all'epoca la moda del vandalismo non era ancora stata varata. Chissà com'erano i ragazzi all'epoca. Ho poche foto dei miei genitori da piccoli, non so se c'era ancora la moda dei calzoni corti per i maschi negli anni '50, ma è certo che le bambine avevano tutte la gonna. Che poi mia madre a sedici anni la mettesse solo a scuola o per attirare gli sguardi dei ragazzi è un'altro conto, ma sicuramente da piccola non glie li mettevano (conosco bene la signora che l'ha cresciuta ^^).
E i miei nonni come si vestivano? So che entrambi i nonni avevano fatto parte dei balilla, quindi sicuramente avevano delle uniformi.
E le nonne? Una era una mondina e l'altra viveva in montagna, in quell'ammasso di case chiamato paese dove ora abito io. Come si vestivano normalmente? Non ho foto loro di quano erano giovani e mi piacerebbe, perchè molti parenti novaresi mi hanno detto che assomiglio tantissimo a mia nonna materna, praticamente identica. Chissà com'era da giovane.

Osservo la gente alla stazione guardare il treno stupita, ammirata, sorridente, nostalgica. Vedo una capostazione osservareil treno con un misto di nostaglia e gioia negli occhi che quasi mi commuovo. Vedo persone salire e guardarsi intorno con espressioni infantili e gioiose. Tre ragazzi cominciano subito a fare avanti e indietro con le macchine fotografiche al collo, ridendo e incitandosi. I bambini erano sovraeccitati. Le persone nei giardini e sul ciglio delle strade, osservano il treno come se fosse la prima volta che ne vedono uno, spaesati.
I pochi che vedo indifferenti e un po' infastiditi, mi fanno un po' pena: quante volte capita di salire su un treno, che si porta appresso così tanti anni di storia? Poche davvero. Come fanno a non sentire l'aria diversa, la forza del passato che chiama?
Mah...
Afferro dalla zaino il quaderno e il cioccolato e so già prima di assaggiarlo, che il gusto non sarebbe stato lo stesso. Tutto, ogni gesto, ogni paesaggio, voce o suono, sembra provenire da un'altra dimensione, un'altra realtà. Quasi che Tempo fosse di nuovo impazzita, stavolta nel mondo reale, e il nostro solito treno fosse stato sostituito da quello. Chissà se la colpa è di nuovo di JD!
Mi aspettavo di vedermi comparire davanti, da un momento all'altro, ufficiali nazisti o personaggi vestiti alla moda degli anni '50, calesse con i cavalli attaccati e vecchie automobili Fiat, come quelle che avevo visto alla Cavallerizza a Torino.
Mi accontentai dei controllori in costume, ce n'era uno per ogni porta, più uno che faceva in continuazione avanti e indietro: aveva dei grandi baffoni e un gran pizzo e aveva con se la figlioletta, a cui aveva messo la sua cravatta e il suo cappello abbinandole con la gonnellina blu scuro e la camicietta azzurra. Me la mangiavo con gli occhi ogni volta che passava.

Scatto delle foto, molte. Al vagone, al finestrino, alle targhe e il blocca finestrino sotto al vetro. Mi appunto mentalmente di fare una foto all'intero treno con la gente che esce appena arrivata in stazione.
Mi caccio il portafoglio in tasca, metto il lettore nello scomparto della valigia con la combinazione e vado in cerca della prima classe.
Per arrivarci, devo passare dal vagone portabagagli. Per un attimo penso di aver sbagliato, ma un addetto che sta viaggiando accanto al portello aperto mi dice che è tutto libero e aperto, posso andare dove voglio. Mi chiedo anche che cosa stia facendo lì.
Arrivo in prima classe, ed è tutto un altro stile. Le pareti sono di legno vero e lucido, ambrato ed è tutto diviso in scompartimetni da quattro posti. Sedili e rastrelliere, sono coperte di velluto scuro. Ci sono decorazioni dorate e tavolini. Faccio subito il collegamento con il designe dei moderni Intercity, ma non c'è paragone: quella è tutt'altra epoca e un altro stile, migliore sicuramente. Un po' di persone osservano affascinate il treno fuori dai finestrini, che si abbassano molto di più di quel che siamo abituati. Ci sono molte curve e il treno di vede per intero. Mi fermo lì prima di proseguire, anche perchè penso che le prime classi siano comunque tutte uguali.
Abbiamo oltrepassato il lago, ce lo siamo lasciato alle spalle come un lungo sogno durato più di un'ora.
Ho addosso ancora tutta la frenesia e l'eccitazione di una bambina che scopre la versione maxi e reale del suo giocattolo preferito. Arriviamo a Gallarate e il sogno rischia di infrangersi pericolosamente: una compagnia di scout è sui binari.
Oh-oh...

La pima cosa che penso è: torna al tuo posto prima che te lo fregghino, e così faccio.
Mentre passo dal vagone bagagli sento l'addetto gridare da portello e capisco subito la sua funzione: avrebbe portato gli scout. Sogghigno, pensando che finalmente avrebbero avuto una sistemazione degna (senza offesa, ma in tanti mesi di viaggio non ho mai trovato viaggiatori più indisciplinati, maleducati, invadenti e irrispettosi degli scout. Senza contare il baccano che fanno).
Torno al mio posto, dopo aver aspettato un quarto d'ora nel passaggio di comunicazione tra le due carrozze che tutti ragazzini sciamassero verso il fondo, e ci rimango bloccata. Il treno è quasi pieno, i controllori si lamentano imprecando contro chi diceva che quella era una linea poco frequentata. Si signori, ma è stato un week-end magnifico, qualche scout dovevate aspettarvelo.
Intanto cresce anche il ritardo, perchè la gente non capisce che quello è il treno di linea vero e aspetta il solito, la seconda compagnia di scout che incontriamo poi, aggiunge l'ennesimo ritardo, perchè nemmeno loro sapevano di questa iniziativa speciale.
Ignoranza o mancanza di diffusione delle informazioni?

Arriviamo a Milano P.ta Garibaldi con più di venti minuti di ritardo. Io scendo giù di corsa e faccio due panoramiche della gente che scende dal treno, poi risalgo su e la faccio al vagone vuoto.
Vengo quasi scaraventata giù da un controllore che mi dice che sono l'unica ad essere ancora a bordo, che devono partire subito. Scendo allarmata, e vedo il treno ancora invaso dagli scout più indietro. Ma vaffan...
Però non sono mai così nervosi sui treni normali. Cos'è, ogni minuto di ritardo gli sottraevano soldi allo stipendio?
Nella fretta non mi ero accorta che il treno era fermo su uno dei binari di passaggio e non di testa, così mentre aspettavo che il treno tornasse indietro per fotografare la locomotiva alla luce del sole e senza la folla tutt'intorno, me lo vedo passare davanti. Scopro così che c'era persino la carrozza ristorante. Se avessi proseguito dopo la prima classe l'avrei trovata, ma lo sbarramento di scout me l'avrebbe sicuramente impedito.

Il sogno era finito. Scesa da quel treno mi sono ritrovata scaraventata nella realtà di una stazione sotto pesante restauro, piena di gente e di scolaresche in gita. Ho messo via la macchina fotografica e mi sono incamminata verso il cartellone per vedere dov'era il mio treno, cercando brandelli di quel sogno durato due ore e mezza, senza trovarlo. Lì non c'era proprio niente a stimolare la fantasia.
Tutta quella eccitazione mi aveva frastornata e stancata, neanche avessi fatto la maratona, ma non so cosa darei per riprovarla.
Non so a quante persone è capitato di vedersi recapitare a sorpresa un balocco del genere.
Per me era la prima volta, ed è stato bellissimo.

Nessun commento:

Posta un commento