lunedì 14 novembre 2005

Apatia

Ci sono periodi in cui ti senti sfinita, in cui tutto quello che vorresti fare è rintanarti nel tuo mondo e rimanerci, in cui ogni minima interferenza esterna può essere fastidiosa, in cui il livello di attenzione cala a dei minimi storici in cui non pensavi di arrivare.
Sono in uno di quei momenti.
Ho passato due anni in una sistuazione di astrattismo tale che mi sono sorpresa di quale velocità è arrivato il mio pensiero, al punto in cui solo la tastiera di un pc e una matita possono ormai accogliere le immagini che mi si formano in testa. Se uso la penna è la fine.
Mi sono sorpresa a vedere che cominciavo ad andare più veloce, troppo, e che il tempo era completamente riempito. Mi sono sorpresa a non avere più un attimo per me, un attimo di pace, un solo giorno in cui non c'era niente da fare, niente a cui pensare. Mi sono sorpresa di riuscire a immagazzinare informazioni con una velocità, un'impegno e una concentrazione che non credevo possibili per me. Era bellissimo.
Credevo di aver trovato il mio paradiso in terra, nemmeno un giorno di noia, di tedio, di apatia.
Era quello che volevo.
Poi è successo qualcosa.

I freni della bici mi si sono rotti e io sono andata a schiantarmi contro un muretto basso, rovindando penosamente a terra.

Mi sono arrestata di brutto, stanca e dolorante, i muscoli che non reggevano più lo sforzo, i nervi lo stress. Mi fermo e mi lascio trasportare dal tempo, nella speranza che i due mesi successivi sarebbero stati sufficienti a rimettermi in carreggiata a ottobre.

Però c'è stato un imprevisto, un intoppo.
Si chiama Torino e fa tutto riferimento a Doc.

Solo dodici giorni, in cui uno spettacolo non brillantissimo veniva montato, smontato e rimontato. E io con lui.
Ho imparato più cose in quei giorni che in uno dei corsi obbligatori sul teatro in facoltà.
Mi alzavo al mattino e avevo uno scopo. Ero stanchissima, stravolta, non dormivo, ma avevo qualcosa da fare, avevo una funzione. Potevo fare qualcosa di concreto.
Essere scaraventata in tutto quel concreto dopo due anni di astrattismo puro, è stato lievemente shockante.
Aggiunto a un malessere e una stanchezza di fondo, il patatrack non ha tardato ad arrivare.

Dopo pochi giorni di scuola, in cui i corsi sembravano alcuni dei migliori che mi potessero capitare (ed ero pure a posto coi crediti), mi è parso chiaro che in realtà non stavamo facendo niente. Io non stavo facendo niente. Io non sto facendo niente.
Sono stufa di non fare niente.

Ho ripreso a leggere Clive Cussler.

In realtà da fare ne avrei, ma non è niente che mi stimoli abbastanza da buttarmici a corpo o che mi sia possibile fare seriamente. Passo i miei pomeriggi ad ascoltare solo a metà quello che dicono in quest'aula, il resto è internet e la mia fan-fiction.
In realtà, le cose che dovrei fare, sono anche fin troppe. La realtà è che sono così tante che il tempo non basta oppure basterebbe, ma dovrei andare troppo veloce, e la velocità l'ho persa da qualche parte tra le lacrime di mia sorella, il dover accontentare mia cugina e la preoccupazione per mia madre e mio padre.

Mio padre non ha fatto gli auguri di compleanno ad Anna.
Pare che mia madre stia sclerando a causa di un secondo lavoro che non si sa ancora se la sta facendo guadagnare o le sta solo facendo perdere risorse ed energie.
Siamo sul piede di guerra coi padroni di casa.
Devo fare ancora la domanda di riduzione tasse.
Non ho detto a mio padre che le tasse sono duplicate.
E' un mese che non vedo e non sento mio padre.
Devo prendere di nuovo in mano il clarino.
Sono stanca.

Qualcuno mi dia una botta in testa e faccia finire questa litania patetica.

Non riesco più a dormire.

Ognuna di queste frasi mi leva il sonno la notte, tornano e mi tormentano perchè non le voglio affrontare. So che ogni volta che rimetto piede in quella casa, in quella città, io mi devo eclissare e fare fronte alle esigenze di chi incontrerò lì. Io non esisto a casa, ma sto cominciando a non esistere nemmeno qui. Qui ora esiste solo l'università, questo spettacolo e i problemi economici.
E io?
Dove sono io?
Dove diavolo sono finita io??

Caduta in una canale? Spersa per le calli, inghiottita dalla nebbia, rapita da un fantasma, imbracata su un mercantile greco? Dove diavolo sono io?

Io sono persa nel mio mondo. Questo non mi sta più interessando, perciò mi eclisso in un posto che nessuno può portarmi via. E' il mio modo di combattere l'apatia, lo faccio fin da quando sono piccola. Ho ripreso a volare per necessità. Non è più un divertimento. E' una droga, è quasi snervante.

Se riuscirò a finire quest'anno senza impazzire sarà un miracolo. Ma se non sono impazzita fino adesso, forse è semplice istinto di conservazione.


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