Musicanti
Non sono mai stata una brava musicante. Non andavo alle prove e ho saltato quasi tutti i concerti, andavo solo ai servizi e solo se non erano in mezzo alla settimana. Il mio clarinetto non ha mai raggiunto una sonorità degna di una banda musicale e spesso e volentieri sbagliavo il passo. Non sono mai riuscita ad andare dritta, a meno che non ci fosse qualcuno davanti a me e la mia divisa aveva sempre qualcosa che non si intonava agli altri: in genere erano le scarpe.
Non sono mai stata una brava musicante, però mi piaceva esserlo.
Mi piaceva sfilare in mezzo alle strade cittadine, buffando nel mio pezzo di legno cromato al pensiero che lo sguardo di qualcuno cadesse anche su di me; mi piaceva pensare che se qualcuno alle undici del mattino dell’Epifania stava ancora dormendo, noi gli avevamo appena rotto le uova nel paniere. Mi piacevano le battute che i miei compagni facevano alle spalle del prete stonato durante le processioni religiose, quelle alle spalle dei politici (o davanti, a seconda della posizione) durante le processioni ai caduti, le prese in giro al Togn e alla Cia a carnevale, quelle che si facevano l’un l’altro. Mi piacevano le scene improvvisate a carnevale: non erano realmente improvvisate, il fatto che i ragazzi uscissero dalle loro file per balli in mezzo a noi atti a far divertire/divertirsi/infastidire qualcuno era scontato come la pioggia quand’è nuvolo, ma era bello vederli, piacevole, catarchico, rassicurante. La banda per me era un punto fisso, fermo, che il continuo afflusso di giovani leve negli ultimi tre anni non aveva mai fatto traballare.
Non sono mai stata una brava musicante, e ora non lo sono più.
Il punto fisso dei musicanti è Santa Cecilia. Conservatori, cori, bande concertistiche, cittadine e quant’altro possa far riferimento a S. Cecilia, festeggia quel giorno e lo fa suonando. Il 22 novembre ha un palinsesto pieno di musica praticamente ovunque, e Domodossola non ha mai fatto eccezione.
Quando arrivava Novembre, segnavo mentalmente tutte le date e i giorni in cui si sarebbero svolte: 1, visita ai nonni, 6, compleanno Anna, 15, il mio compleanno, 22, Santa Cecilia. In genere al 20 ero già in fibrillazione da un po’.
Il format era sempre lo stesso: il 22 sera c’era il concerto a cui non sono mai riuscita ad andare né partecipare, poi il sabato o la domenica c’era la festa vera e propria, che ha sempre avuto un suo rituale preciso. Al mattino sul tardi si andava a messa, poi facevamo il giro di tutta la città, ma proprio tutta. Si partiva dalla sede, opportunamente posizionata in centro proprio sotto alle scuole materne, e si raggiungeva marciando il municipio, la stazione, la casa del sindaco, dell’assessore, le principali vie cittadine, scortati da un’auto della polizia municipale; tappe lungo la strada gentilmente offerte dai bar della città. Si saliva in macchina e si raggiungeva la parte superiore di Domo, visita alla casa di riposo e, ovviamente, alla casa della Madrina. E poi? E poi si andava a pranzo.
Le prime sante cecilie le ho fatte al centro sociale di Domo, poi ci siamo trasferiti al ristorante di un albergo a Santa Maria Maggiore, in val Vigezzo, abbiamo fatto un anno all’ex-Kathrin a Villa e poi siamo tornati a Domo, dove ho partecipato alla mia ultima. In otto sante Cecilie (una l’ho fatta da ospite prima di entrare), non è mai cambiato niente.
Il pranzo era sempre composto da: discorso del Presidente/evidentemente, interrotto ogni due parole da applausi entusiasti di tutta la banda; antipasti ai salumi, sottacenti e insalata russa; primi piatti di risotto ai funghi e tortelli; secondi piatti di arrosto, patate e verdure varie; da qualche parte c’era un tortino di formaggio; formaggi misti a richiesta; torta di S. Cecilia; caffè. Tra le portate, il Trio intratteneva ospiti e colleghi: scherzi, caricature di show televisivi, scenette da dolori addominali per il gran ridere - il che rallentava di parecchio le procedure di sparecchio tavola e servire le pietanze dei camerieri. Alla fine, i ragazzi andavano in giro a vendere i biglietti della lotteria, che aveva premi offerti dalla metà dei negozi di Domo. Dopo la lotteria, un gruppetto musicale esterno cominciava a suonare e si ballava. Il tutto durava dal primo pomeriggio fino a… non lo so, non sono mai rimasta fino alla fine.
Questa era la nostra s. Cecilia. Era la mia s. Cecilia, le mie prime, poi sono un po’ cambiate. Nell’ultima, il servizio lo abbiamo fatto nel tardo pomeriggio e il giro della città è stato molto corto. Poi, a differenza delle prime in cui rimanevamo tutti vestiti perché passavamo direttamente dalla strada al ristorante, siamo andati tutti a cambiarci e ci siamo presentati al centro sociale. Io non mi sono mai cambiata del tutto, ho sempre tenuto il giaccone e la camicia, mi piaceva tenerla addosso, mi piaceva avere ancora qualcosa delle divisa addosso.
Ricordo che nella penultima il Presidente aveva assoldato due comici che si sono finti camerieri per quasi tutto il tempo, apparecchiando malamente, quasi lanciando i piatti sui tavoli, mettendo i tovaglioli al collo delle persone, spazzolandogli i vestiti, andando in giro con presenti floreali chiamando a gran voce ‘Signorina Giò!’ e che diventavano sempre più grossi di volta in volta. Fantastici, l’applauso con cui li abbiamo salutati era degno di uno spettacolo ronconiano. Ricordo che quando eravamo in Vigezzo a festeggiare a un certo punto saltavamo su a chiedere a gran voce l’esibizione al sassofono del Maestro; ricordo di una volta che uno del Trio arrivò su una biciclettina per bambini; ricordo la parodia di C’è Posta Per Te. Ricordo il regalo per F. che partiva per il militare.
Ricordi, quanti ricordi. Ricordi di una musicante fallita.
Non sono mai stata sul serio all’interno del gruppo. C’è stato un anno, un anno che non sono mai riuscita a replicare, in cui mi sentivo finalmente parte di loro. Quell’anno è finito in fretta purtroppo, ma per qualche giorno mi sono sentita parte del gruppo. Il resto delle volte ero più simile a un’ospite osservatrice che a una musicante. Non sono mai riuscita a legare molto, parlavo facilmente con pochissimi di loro, anche se alcuni li conoscevo già prima di entrare, anche se con alcuni avrei potuto andare più che d’accordo.
Io non c’ero mai, semplicemente un giorno mi vedevano nella sede ad aspettare l’inizio del servizio, suonare con loro e poi sparire per parecchi giorni, per poi riapparire di nuovo. Chissà quante volte si sono chiesti che diavolo ci facevo lì, con la loro divisa e il clarinetto in mano.
Suonare con loro era bello.
Ogni volta che prendevo in mano il clarinetto per andare a un servizio, improvvisamente diventava più leggero e facile da suonare. Il legno non si ribellava vibrando malamente e ostruendo il corso al fiato, l’ancia non s’incapricciava di non suonare bene e il laccio non dava fastidio. Al di fuori della banda io quel pezzo di legno ci odiavamo. Odiavo il suo suono tra le pareti della mia camera e della stanza in cui facevo lezione, odiavo il dovermi procurare le ance che, non so come, consumavo a una velocità allarmante. Chissà come avevo fatto ad arrivare alle tre e mezzo studiando così poco. Odiavo gli esercizi. Non avevo fiato, non avevo voglia, non lo pulivo mai. Lui, per ripicca, non suonava. Solo l’ultimo anno di conservatorio recuperammo una specie di intesa che rimaneva cocciutamente tra i muri di un seminterrato a Domo, e questo perché sapevamo entrambi che sarebbe stato l’ultimo anno.
L’ultimo. Fui davvero profetica.
Della banda ho un mucchio di ricordi: servizi noiosi, servizi proficui, belle esperienze, complicità occasionali, concerti, gite, eventi, marce a memoria, costumi di carnevale, figure imbarazzanti, silenzi e discussioni, litigi e amori, viaggi, cambiamenti, discorsi, rivelazioni, scoperte, vestiti, delusioni. Ma il più forte, è il ricordo di facce ed espressioni che per la prima volta non mi guardavano con fastidio per la mia muta e ridicola presenza.
Alla banda di Domo vengono lanciate un mucchio di critiche, da dentro e da fuori, ma a me non importa, non è mai importato. Sono stati tra i primi che sono riuscita a frequentare sì con imbarazzo e vergogna per il mio mutismo, ma anche con la certezza che sarebbe andato bene così comunque. Loro non mi avrebbero preso in giro, tormentato e minacciato solo perché ero lì, perché sembravo debole, perché dovevano divertirsi. Non mi avrebbero mandato via quando parlavano e non avrebbero cercato di mettermi in una condizione di servilismo. Questo fecero per me, non mi fecero niente, accettarono la mia presenza e basta, mi salutavano e solo per questo io ero una ragazzina felice.
Patetico, vero?
Questo è stato l’unico motivo che per sette anni mi ha convinto ad andare a servizi noiosi, a levarmi il sonno e a rinunciare a uscite serali con gli amici. Ho sempre amato la banda, mi è sempre piaciuto starci, anche nel mio mutismo e nella mia indolenza, ma starci. Ho capito tante cose stando con loro, osservandoli, ascoltandoli. Anche se a volte quel che si vedeva poteva non piacere, il solo starli a guardare mi ha insegnato tante cose su come comportarmi, rispondere alle provocazioni, stare in compagnia, atteggiarmi, stare agli scherzi.
Li ho invidiati tanto per la loro spigliatezza e il riuscire ad essere a proprio agio in qualsiasi circostanza, per i racconti delle serate e delle feste che organizzavano.
Sono criticati su molti fronti, ma mi sono sempre piaciuti.
Io non ho mai fatto sul serio parte della banda, ma la banda ha fatto parte di me. Io ero solo un nome su una lista di musicanti, il ranocchio anonimo con gli occhiali sempre spettinato sulle foto di gruppo, ma loro erano parte di me.
Alcuni di loro mi sarebbe piaciuto frequentarli di più; ad alcuni di loro avrei dovuto dire cose che non ho mai detto e non dirò mai; ad alcuni di loro dovrei dire grazie, ad altri smetterla di insultarli, che di tempo ne è passato e che starci a ripensare non ne vale più la pena. Alcuni mi piacerebbe vederli ancora.
Il tempo è passato e io non ho mantenuto una promessa. Quest’anno avrei dovuto impegnarmi di più, andare a qualche servizio in più, telefonare ogni tanto, ma sono andata solo a una processione e a carnevale. Basta.
Quest’anno non sarò a s. Cecilia, non impegnerò più tutta una giornata per la banda, non dovrò scappare via subito dopo il caffè perché devo essere a scuola il giorno dopo o perché c’è una serata speciale organizzata da mia cugina, non starò mezz’ora davanti allo specchio per riuscire ad essere presentabile almeno quel giorno dell’anno, non indosserò i guanti tagliati, né la cravatta, né le scarpe nere. Non spererò di essere in centro tavolo invece che agli estremi, non guarderò tutte le scene spiritose che il Trio e gli altri ragazzi hanno preparato, non sfilerò in centro città e non ascolterò il sermone politico del parroco di Domo, non suonerò a prima vista i pezzi della messa di s. Cecilia, non ascolterò il coro. Non parlerò con A., P., D., F., B., F., M., E. Non parlerò con T.
Non riderò e non mi sentirò sola uscendo dalla sala.
Nella lista dei clarinetti il mio nome non c’è, è stato tolto da un pezzo. È un altro capitolo chiuso, una storia finita, un ricordo da mettere in una scatola e andare a guardare un giorno, ogni tanto, a volte. Ci metterò dentro tanti rimpianti e soddisfazioni; sorrisi, pianti e risa; la cravatta, il distintivo, il leggio, il libretto; volti, voci, suoni, occhi e mani; giornate di pioggia, di sole, di neve e di vento; falò, incensi, polveroni, palle di neve, coriandoli, vino, costine e aperitivi; lungolaghi, colline, montagne, città, fiere, raduni, campi di calcio e chiese; sogni, illusioni, amori e amicizie; dolore, rabbia, gioia e divertimento. Metterò tutto in una scatola, la infilerò accanto al clarino, si faranno buona compagnia.
L’anno scorso mi dissero che il giorno in cui sarei voluta tornare avrei trovato la porta aperta. Mi piacerebbe davvero.
Ma tornare significherebbe vivere lì.
Non sono mai stata una buona musicante, ma mi piaceva esserlo, e ora non lo sono più. Era uno dei legami che avevo con quel posto, era un legame forte e mi impediva di dimenticarmi della mia città, perché era anche un obbligo.
Quel legame non esiste più, è un ricordo sparso in mezzo ai più belli e dolorosi. Avevo paura a perderlo, perché era una delle poche cose che mi costringeva a tornare a casa, avevo paura di perderlo, perché avrei perso una cosa presiosa.
Quel legame non c’è più e il mio istinto di nomade non ha più nemmeno un filo come guinzaglio, perché i legami della parentela tengono solo fino a quando esiste la nostalgia o armadi pieni di vestiti e scaffali pieni di libri.
Avevo un bel legame, ma non sono riuscita a mantenerlo.
Ora il clarinetto occhieggia dal mio comodino, maligno e nostalgico, ma per oggi ancora non lo risveglierò. Per oggi mi basta andare a dare un’occhiata a vecchie foto di feste e di cene, a rivangare ricordi, voci e volti, sentimenti e sensazioni. Per oggi mi basterà assaporare quello che avevo ed essere contenta di averli conosciuti.
Grazie per tutto quello che avete fatto per me, siete uno dei ricordi più belli che ho.
Non sono mai stata una brava musicante. Non andavo alle prove e ho saltato quasi tutti i concerti, andavo solo ai servizi e solo se non erano in mezzo alla settimana. Il mio clarinetto non ha mai raggiunto una sonorità degna di una banda musicale e spesso e volentieri sbagliavo il passo. Non sono mai riuscita ad andare dritta, a meno che non ci fosse qualcuno davanti a me e la mia divisa aveva sempre qualcosa che non si intonava agli altri: in genere erano le scarpe.
Non sono mai stata una brava musicante, però mi piaceva esserlo.
Mi piaceva sfilare in mezzo alle strade cittadine, buffando nel mio pezzo di legno cromato al pensiero che lo sguardo di qualcuno cadesse anche su di me; mi piaceva pensare che se qualcuno alle undici del mattino dell’Epifania stava ancora dormendo, noi gli avevamo appena rotto le uova nel paniere. Mi piacevano le battute che i miei compagni facevano alle spalle del prete stonato durante le processioni religiose, quelle alle spalle dei politici (o davanti, a seconda della posizione) durante le processioni ai caduti, le prese in giro al Togn e alla Cia a carnevale, quelle che si facevano l’un l’altro. Mi piacevano le scene improvvisate a carnevale: non erano realmente improvvisate, il fatto che i ragazzi uscissero dalle loro file per balli in mezzo a noi atti a far divertire/divertirsi/infastidire qualcuno era scontato come la pioggia quand’è nuvolo, ma era bello vederli, piacevole, catarchico, rassicurante. La banda per me era un punto fisso, fermo, che il continuo afflusso di giovani leve negli ultimi tre anni non aveva mai fatto traballare.
Non sono mai stata una brava musicante, e ora non lo sono più.
Il punto fisso dei musicanti è Santa Cecilia. Conservatori, cori, bande concertistiche, cittadine e quant’altro possa far riferimento a S. Cecilia, festeggia quel giorno e lo fa suonando. Il 22 novembre ha un palinsesto pieno di musica praticamente ovunque, e Domodossola non ha mai fatto eccezione.
Quando arrivava Novembre, segnavo mentalmente tutte le date e i giorni in cui si sarebbero svolte: 1, visita ai nonni, 6, compleanno Anna, 15, il mio compleanno, 22, Santa Cecilia. In genere al 20 ero già in fibrillazione da un po’.
Il format era sempre lo stesso: il 22 sera c’era il concerto a cui non sono mai riuscita ad andare né partecipare, poi il sabato o la domenica c’era la festa vera e propria, che ha sempre avuto un suo rituale preciso. Al mattino sul tardi si andava a messa, poi facevamo il giro di tutta la città, ma proprio tutta. Si partiva dalla sede, opportunamente posizionata in centro proprio sotto alle scuole materne, e si raggiungeva marciando il municipio, la stazione, la casa del sindaco, dell’assessore, le principali vie cittadine, scortati da un’auto della polizia municipale; tappe lungo la strada gentilmente offerte dai bar della città. Si saliva in macchina e si raggiungeva la parte superiore di Domo, visita alla casa di riposo e, ovviamente, alla casa della Madrina. E poi? E poi si andava a pranzo.
Le prime sante cecilie le ho fatte al centro sociale di Domo, poi ci siamo trasferiti al ristorante di un albergo a Santa Maria Maggiore, in val Vigezzo, abbiamo fatto un anno all’ex-Kathrin a Villa e poi siamo tornati a Domo, dove ho partecipato alla mia ultima. In otto sante Cecilie (una l’ho fatta da ospite prima di entrare), non è mai cambiato niente.
Il pranzo era sempre composto da: discorso del Presidente/evidentemente, interrotto ogni due parole da applausi entusiasti di tutta la banda; antipasti ai salumi, sottacenti e insalata russa; primi piatti di risotto ai funghi e tortelli; secondi piatti di arrosto, patate e verdure varie; da qualche parte c’era un tortino di formaggio; formaggi misti a richiesta; torta di S. Cecilia; caffè. Tra le portate, il Trio intratteneva ospiti e colleghi: scherzi, caricature di show televisivi, scenette da dolori addominali per il gran ridere - il che rallentava di parecchio le procedure di sparecchio tavola e servire le pietanze dei camerieri. Alla fine, i ragazzi andavano in giro a vendere i biglietti della lotteria, che aveva premi offerti dalla metà dei negozi di Domo. Dopo la lotteria, un gruppetto musicale esterno cominciava a suonare e si ballava. Il tutto durava dal primo pomeriggio fino a… non lo so, non sono mai rimasta fino alla fine.
Questa era la nostra s. Cecilia. Era la mia s. Cecilia, le mie prime, poi sono un po’ cambiate. Nell’ultima, il servizio lo abbiamo fatto nel tardo pomeriggio e il giro della città è stato molto corto. Poi, a differenza delle prime in cui rimanevamo tutti vestiti perché passavamo direttamente dalla strada al ristorante, siamo andati tutti a cambiarci e ci siamo presentati al centro sociale. Io non mi sono mai cambiata del tutto, ho sempre tenuto il giaccone e la camicia, mi piaceva tenerla addosso, mi piaceva avere ancora qualcosa delle divisa addosso.
Ricordo che nella penultima il Presidente aveva assoldato due comici che si sono finti camerieri per quasi tutto il tempo, apparecchiando malamente, quasi lanciando i piatti sui tavoli, mettendo i tovaglioli al collo delle persone, spazzolandogli i vestiti, andando in giro con presenti floreali chiamando a gran voce ‘Signorina Giò!’ e che diventavano sempre più grossi di volta in volta. Fantastici, l’applauso con cui li abbiamo salutati era degno di uno spettacolo ronconiano. Ricordo che quando eravamo in Vigezzo a festeggiare a un certo punto saltavamo su a chiedere a gran voce l’esibizione al sassofono del Maestro; ricordo di una volta che uno del Trio arrivò su una biciclettina per bambini; ricordo la parodia di C’è Posta Per Te. Ricordo il regalo per F. che partiva per il militare.
Ricordi, quanti ricordi. Ricordi di una musicante fallita.
Non sono mai stata sul serio all’interno del gruppo. C’è stato un anno, un anno che non sono mai riuscita a replicare, in cui mi sentivo finalmente parte di loro. Quell’anno è finito in fretta purtroppo, ma per qualche giorno mi sono sentita parte del gruppo. Il resto delle volte ero più simile a un’ospite osservatrice che a una musicante. Non sono mai riuscita a legare molto, parlavo facilmente con pochissimi di loro, anche se alcuni li conoscevo già prima di entrare, anche se con alcuni avrei potuto andare più che d’accordo.
Io non c’ero mai, semplicemente un giorno mi vedevano nella sede ad aspettare l’inizio del servizio, suonare con loro e poi sparire per parecchi giorni, per poi riapparire di nuovo. Chissà quante volte si sono chiesti che diavolo ci facevo lì, con la loro divisa e il clarinetto in mano.
Suonare con loro era bello.
Ogni volta che prendevo in mano il clarinetto per andare a un servizio, improvvisamente diventava più leggero e facile da suonare. Il legno non si ribellava vibrando malamente e ostruendo il corso al fiato, l’ancia non s’incapricciava di non suonare bene e il laccio non dava fastidio. Al di fuori della banda io quel pezzo di legno ci odiavamo. Odiavo il suo suono tra le pareti della mia camera e della stanza in cui facevo lezione, odiavo il dovermi procurare le ance che, non so come, consumavo a una velocità allarmante. Chissà come avevo fatto ad arrivare alle tre e mezzo studiando così poco. Odiavo gli esercizi. Non avevo fiato, non avevo voglia, non lo pulivo mai. Lui, per ripicca, non suonava. Solo l’ultimo anno di conservatorio recuperammo una specie di intesa che rimaneva cocciutamente tra i muri di un seminterrato a Domo, e questo perché sapevamo entrambi che sarebbe stato l’ultimo anno.
L’ultimo. Fui davvero profetica.
Della banda ho un mucchio di ricordi: servizi noiosi, servizi proficui, belle esperienze, complicità occasionali, concerti, gite, eventi, marce a memoria, costumi di carnevale, figure imbarazzanti, silenzi e discussioni, litigi e amori, viaggi, cambiamenti, discorsi, rivelazioni, scoperte, vestiti, delusioni. Ma il più forte, è il ricordo di facce ed espressioni che per la prima volta non mi guardavano con fastidio per la mia muta e ridicola presenza.
Alla banda di Domo vengono lanciate un mucchio di critiche, da dentro e da fuori, ma a me non importa, non è mai importato. Sono stati tra i primi che sono riuscita a frequentare sì con imbarazzo e vergogna per il mio mutismo, ma anche con la certezza che sarebbe andato bene così comunque. Loro non mi avrebbero preso in giro, tormentato e minacciato solo perché ero lì, perché sembravo debole, perché dovevano divertirsi. Non mi avrebbero mandato via quando parlavano e non avrebbero cercato di mettermi in una condizione di servilismo. Questo fecero per me, non mi fecero niente, accettarono la mia presenza e basta, mi salutavano e solo per questo io ero una ragazzina felice.
Patetico, vero?
Questo è stato l’unico motivo che per sette anni mi ha convinto ad andare a servizi noiosi, a levarmi il sonno e a rinunciare a uscite serali con gli amici. Ho sempre amato la banda, mi è sempre piaciuto starci, anche nel mio mutismo e nella mia indolenza, ma starci. Ho capito tante cose stando con loro, osservandoli, ascoltandoli. Anche se a volte quel che si vedeva poteva non piacere, il solo starli a guardare mi ha insegnato tante cose su come comportarmi, rispondere alle provocazioni, stare in compagnia, atteggiarmi, stare agli scherzi.
Li ho invidiati tanto per la loro spigliatezza e il riuscire ad essere a proprio agio in qualsiasi circostanza, per i racconti delle serate e delle feste che organizzavano.
Sono criticati su molti fronti, ma mi sono sempre piaciuti.
Io non ho mai fatto sul serio parte della banda, ma la banda ha fatto parte di me. Io ero solo un nome su una lista di musicanti, il ranocchio anonimo con gli occhiali sempre spettinato sulle foto di gruppo, ma loro erano parte di me.
Alcuni di loro mi sarebbe piaciuto frequentarli di più; ad alcuni di loro avrei dovuto dire cose che non ho mai detto e non dirò mai; ad alcuni di loro dovrei dire grazie, ad altri smetterla di insultarli, che di tempo ne è passato e che starci a ripensare non ne vale più la pena. Alcuni mi piacerebbe vederli ancora.
Il tempo è passato e io non ho mantenuto una promessa. Quest’anno avrei dovuto impegnarmi di più, andare a qualche servizio in più, telefonare ogni tanto, ma sono andata solo a una processione e a carnevale. Basta.
Quest’anno non sarò a s. Cecilia, non impegnerò più tutta una giornata per la banda, non dovrò scappare via subito dopo il caffè perché devo essere a scuola il giorno dopo o perché c’è una serata speciale organizzata da mia cugina, non starò mezz’ora davanti allo specchio per riuscire ad essere presentabile almeno quel giorno dell’anno, non indosserò i guanti tagliati, né la cravatta, né le scarpe nere. Non spererò di essere in centro tavolo invece che agli estremi, non guarderò tutte le scene spiritose che il Trio e gli altri ragazzi hanno preparato, non sfilerò in centro città e non ascolterò il sermone politico del parroco di Domo, non suonerò a prima vista i pezzi della messa di s. Cecilia, non ascolterò il coro. Non parlerò con A., P., D., F., B., F., M., E. Non parlerò con T.
Non riderò e non mi sentirò sola uscendo dalla sala.
Nella lista dei clarinetti il mio nome non c’è, è stato tolto da un pezzo. È un altro capitolo chiuso, una storia finita, un ricordo da mettere in una scatola e andare a guardare un giorno, ogni tanto, a volte. Ci metterò dentro tanti rimpianti e soddisfazioni; sorrisi, pianti e risa; la cravatta, il distintivo, il leggio, il libretto; volti, voci, suoni, occhi e mani; giornate di pioggia, di sole, di neve e di vento; falò, incensi, polveroni, palle di neve, coriandoli, vino, costine e aperitivi; lungolaghi, colline, montagne, città, fiere, raduni, campi di calcio e chiese; sogni, illusioni, amori e amicizie; dolore, rabbia, gioia e divertimento. Metterò tutto in una scatola, la infilerò accanto al clarino, si faranno buona compagnia.
L’anno scorso mi dissero che il giorno in cui sarei voluta tornare avrei trovato la porta aperta. Mi piacerebbe davvero.
Ma tornare significherebbe vivere lì.
Non sono mai stata una buona musicante, ma mi piaceva esserlo, e ora non lo sono più. Era uno dei legami che avevo con quel posto, era un legame forte e mi impediva di dimenticarmi della mia città, perché era anche un obbligo.
Quel legame non esiste più, è un ricordo sparso in mezzo ai più belli e dolorosi. Avevo paura a perderlo, perché era una delle poche cose che mi costringeva a tornare a casa, avevo paura di perderlo, perché avrei perso una cosa presiosa.
Quel legame non c’è più e il mio istinto di nomade non ha più nemmeno un filo come guinzaglio, perché i legami della parentela tengono solo fino a quando esiste la nostalgia o armadi pieni di vestiti e scaffali pieni di libri.
Avevo un bel legame, ma non sono riuscita a mantenerlo.
Ora il clarinetto occhieggia dal mio comodino, maligno e nostalgico, ma per oggi ancora non lo risveglierò. Per oggi mi basta andare a dare un’occhiata a vecchie foto di feste e di cene, a rivangare ricordi, voci e volti, sentimenti e sensazioni. Per oggi mi basterà assaporare quello che avevo ed essere contenta di averli conosciuti.
Grazie per tutto quello che avete fatto per me, siete uno dei ricordi più belli che ho.
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