lunedì 22 maggio 2006

Il Giornalino

Il topo guizzò via urtando un barattolo.
Il ragazzo si voltò impaurito verso il rumore irrigidendo i muscoli già immobili. Il suo cuore ci mise almeno cinque minuti a smettere di battergli tra le orecchie. Quando si accorse di essere in apnea, riprese a respirare. Gli fece quasi male. Smise di guardare i topi e fissò le proprie ginocchia coperte dai jeans lisi.
Era accovacciato in quel vicolo da un’ora. Aveva corso a perdifiato per tutto il centro e gli era sembrato un miracolo che lo avessero oltrepassato senza vederlo. Si era accucciato dietro a un cassonetto aspettando che passassero, per poi sgusciare fuori e tentare di tornare a casa. Come si era abbassato aveva sentito uno scalpiccio frettoloso. Guardando tra le ruote del cassonetto aveva riconosciuto un paio di scarpe che apparvero e scomparvero in due ampie falcate, seguite da altre quattro.
“Le sue  scarpe nuove.”
Era la lezione di educazione fisica. Lui quel giorno aveva indossato le scarpe da tennis che suo padre gli aveva comprato quel sabato. Era orgoglioso di quelle scarpe. Le aveva scelte personalmente tra le tante, rosse, con la stella bianca in mezzo al cerchio sul fianco, modello all’americana. A lezione finita era tornato negli spogliatoi e aveva visto Tom che si metteva le sue scarpe. Il suo cuore aveva raggiunto immediatamente livelli tachicardici mentre timidamente gli chiedeva che cosa stesse facendo. Era anche prontamente sprofondato al livello dello stomaco quando lui, con tutta la tranquillità di chi sta esponendo un concetto ovvio, gli aveva risposto: “Mi metto le mie scarpe nuove”.
Aveva cercato di protestare, ma al suo debole “Ma sono mie” si era guadagnato prontamente un’occhiataccia e gli sghignazzi del resto della classe.
Senza nemmeno avere il tempo di rendersene conto, si era ritrovato appeso al muro, a dieci centimetri da terra, con il pugno massiccio di Tom che lo sosteneva dal bavero della maglietta.
“Queste scarpe sono mie. Non è vero?”
“T-ti prego. Sono un regalo di mio padre.”
“Ah si? E pensi di meritartelo? Cosa pensi che ne farebbe tuo padre che gli svelassi il tuo piccolo segreto?”
Si era messo a piangere.
“Sono mie, è chiaro?”
“Si.”
Lo aveva mormorato piano, a mezza voce. Tom l’aveva lasciato andare, ridendo con gli altri della bravata. Lui era andato verso il suo zaino e aveva cominciato a rivestirsi in silenzio, cercando di soffocare i singhiozzi. Era tornato a casa con le scarpe da palestra.
Li aveva seminati in prossimità dell’incrocio, grazie a un campanello di chiocce. Si era nascosto giusto in tempo. Anche dopo essersi assicurato che non sarebbero tornati indietro però, era rimasto lì, immobile, come svuotato, incapace perciò di muoversi. Un robot con le pile scariche.
“Il mio  segreto.”
Da quando ne aveva uno si era ritrovato come segnato da una maledizione. I romanzi di spie e congiurati della sua biblioteca erano stati nascosti subito dietro a quelli di Sandokan. Non erano belli i segreti, facevano solo male. Al solo pensiero di che cosa sarebbe successo se i suoi ne fossero venuti a conoscenza, un grosso mattone scivolava sul suo stomaco e gli toglieva l’appetito. Era sicuro che sarebbe stato peggio di quando portava a casa voti troppo bassi per poter essere considerati dei risultati. Era per questo che quel giorno, spaventato all’idea di non riuscire a superare il compito in classe, aveva nascosto sotto al banco il foglio su cui aveva annotato diligentemente tutte le formule geometriche studiate quel quadrimestre. Quando aveva finito di rispondere a tutte le domande che sapeva, si era reso conto che glie ne mancavano ancora più di metà che non ricordava assolutamente. Si era detto che avrebbe copiato l’indispensabile per una sufficienza piena, che male avrebbe fatto? Il cuore gli batteva forte ogni volta che si guardava intorno per vedere se l’insegnante stava osservando i suoi movimenti e gli riempiva le orecchie ogni volta che scivolava piano in basso e sbirciava le risposte. Quando era tornato su alla terza volta, aveva incrociato due occhi poco più avanti. Tom lo aveva osservato brevemente ed era tornato verso il suo compito. Non aveva più avuto il coraggio di continuare a copiare. Ebbe il magone per il resto dell’ora e anche per il resto delle lezioni. Tom non si avvicinò a lui nemmeno dopo che erano usciti da scuola. Era tornato a casa pensando che Tom fosse il migliore amico che avrebbe potuto incontrare per il resto della sua vita.
Il giorno dopo lo aveva incrociato all’ingresso.
“Sai, dovrei denunciarti, hai fatto una cosa molto sbagliata.”
Aveva annuito in risposta sentendosi la gola molto, molto secca ma Tom aveva alzato le spalle.
“Ma non lo farò. In fondo siamo amici, ma ricordati che ora sei in debito con me.”
Sollevato e felice, aveva annuito con un gran sorriso. Da quel giorno aveva fatto a Tom ogni genere di favore ogni volta che ne capitava l’occasione: gli regalava le cartucce delle stilografiche quando le finiva, le matite, i pastelli, i fogli protocollo quando lui li dimenticava, la sua merenda quando lui non l’aveva e gli passava i compiti al mattino quando non li faceva. Poi erano cominciate le richieste.
Si aprì la giacca e tirò fuori l’oggetto che da quel momento sarebbe stato considerato il motivo della ribellione: un fumetto, una copertina dipinta a colori sgargianti e lucidi protetta da una busta trasparente; il prezzo spiccava nitido nell’ombra dalla sua etichetta bianca: per un ragazzino di undici anni era davvero uno sproposito, un investimento importante. Aveva risparmiato per settimane per riuscire a comprarlo, mettendo via tutti i resti degli abbonamenti degli autobus e dei pasti, evitando di comprare le caramelle, le gomme e anche i gelati. Li aveva anche nascosti. Aveva fatto un buco nella copertina imbottita del diario e aveva appiccicato un pezzo di scotch biadesivo, per non farli cadere o sbattere. Quando riappiccicava la fodera non si vedeva niente. Tom non li aveva mai trovati. Alla fine era potuto entrare nel negozio e portar via dal suo posto d’onore in vetrina il giornalino.
Un barattolo andò a cozzare contro un altro. I topi erano molto frenetici, dovevano aver trovato un pasto ghiotto e se lo stavano contendendo. L’ora di cena era sicuramente passata da un pezzo e sicuramente i suoi erano in pensiero, si sarebbero arrabbiati. Strano, non gli importava.
Guardò di nuovo il fumetto che non aveva ancora scartato. La faccia seria del protagonista lo scrutava arcigno. Quando era uscito dal negozio eccitato per il suo acquisto e aveva visto Tom e la sua banda appoggiati al muro di fronte; gli era sembrato di essere caduto in un pozzo d’acqua gelida. Gli era bastato vedere lo sguardo dei ragazzi fissi su quel che aveva in mano per capire.
Era scappato. Senza riflettere, senza pensare. Lo aveva semplicemente fatto.
Aveva corso. Tanto. Il fiatone era arrivato subito. Non era mai stato bravo in ginnastica.
Era già sera quando era entrato al negozio e la gente affollava le strade, intasandole. Era stato facile per lui, piccolo com’era, sgusciare agilmente tra la folla e distanziarli un po’.
Ora era lì, nel vicolo. Da quanto non lo sapeva, come non sapeva quanta strada aveva fatto. Era successo tutto così in fretta che non era nemmeno sicuro che il tempo avesse seguito le sue normali regole. Forse qualche entità paranormale lo aveva aiutato. Si, doveva essere così. Doveva esserci un Superman da qualche parte, in quella Metropolis un po’ sbiadita.
Si alzò. Uscì dal vicolo.
Le strade erano meno affollate e il cielo era nero nero. Poco distante da lui c’era la fermata del bus. La raggiunse.
Fino all’anno prima, ovunque dovesse andare, lo poteva fare in bici o a piedi. Lì poteva essere pericoloso, soprattutto la sera: troppe macchine, troppi motorini, troppi ladri. Dopo che avevano rubato la bici di Simone della terza effe, quello che si vantava della sua catena grossa come il suo polso, non l’aveva mai lasciata fuori per più di dieci minuti. Non gli era dispiaciuto per lui, era stato minacciato con quella catena.
Quello era il suo secondo trasloco. Non gli era piaciuto così come non gli era piaciuto il primo. Gli mancavano i nonni, gli mancavano gli amici.
L’autobus arrivò. Salì. Si sedette.
Si muoveva come un automa. Si sentiva un automa.
Negli ultimi due mesi aveva tenuto nascosti i lividi e la scomparsa degli oggetti. Non si era lamentato, non aveva chiesto aiuto. Non aveva pianto. Un vero uomo, si diceva fiero. Debole e solo, pensava. Quella vocina interiore era sempre un po’ traditrice.
Non aveva pianto. Chissà, forse almeno di quello suo padre sarebbe stato fiero.
Scese alla fermata giusta e si trovò proprio davanti al portone del suo palazzo. La massiccia porta in legno era stata lasciata socchiusa, tra poco sarebbe stata chiusa.
Forse c’era la polizia, forse sua madre era svenuta e suo padre andava avanti e indietro per le stanze disperato, attendendo la richiesta di riscatto.
Entrò senza aprire ulteriormente il portone. Sgusciò all’interno dell’atrio buio come un gatto. Si sentì un gatto. Li imitava sempre quando si alzava la notte per andare a mangiare o in bagno. Non voleva che i suoi lo sapessero, loro dormivano sempre, ogni notte. Era diventato bravo. Nemmeno il loro gatto ora apriva più gli occhi quando abbassava con cautela la maniglia della cucina, per non farla cigolare. Anche prima, nel vicolo, era diventato un gatto. Era un gatto. Si, lui era un gatto, una creatura mutante. Se l’avessero cacciato di casa avrebbe potuto andare a vivere per le strade. Si sarebbe fatto il suo territorio e sarebbe diventato il gatto più temuto del quartiere, anzi no, dell’intera città.
Pigiò il pulsante di chiamata dell’ascensore e il ronzio della cabina che scendeva riempì l’androne.
Ogni gatto che voleva vivere sotto la sua protezione avrebbe dovuto portargli un topo ogni settimana, no, ogni giorno. Sarebbe diventato un gatto molto ricco.
La cabina si appoggiò dolcemente alla sua sede e le porte di aprirono con un fruscio. Entrò e pigiò il bottone del suo piano; le porte si richiusero con lo stesso rumore leggero. Lo sbalzo gli fece il solletico alla stomaco. No, quella era fame.
Forse erano arrabbiati e la polizia che lo aspettava per portarlo via. Lo avrebbero rinchiuso in prigione. Si sarebbe fatto tatuare il suo soprannome sul braccio e avrebbe cominciato a fumare. Avrebbe stretto rapporti con tutti e in breve sarebbe diventato il beniamino del suo braccio e una volta uscito sarebbe diventato un criminale feroce, avrebbe avuto la sua banda e finalmente si sarebbe vendicato di tutti i torti subiti. Perfino la banda di Tom avrebbe tremato di fronte a lui. Li avrebbe fatti appendere agli alberi del cortile della scuola con le brache calate e tutti li avrebbero visti e presi in giro. Sarebbero diventati loro, allora, gli zimbelli della scuola.
Le porte si aprirono. Uscì. Raggiunse la porta di casa con quattro passi precisi. Il cuore riprese a battergli furiosamente tra le orecchie. Odiava quando succedeva.
Forse lo avrebbero picchiato. Forse gli avrebbero tolto i fumetti e lo avrebbero mandato a letto senza cena. Sarebbero andati dai professori a lamentarsi e sarebbe stato preso di mira da tutta la scuola fino alla fine dell’anno.
“E allora?”
La sua mano si bloccò a mezz’aria verso la maniglia. E allora?
Quella domanda fluttuava dolce e innocua nella sua testa. Se ne stava lì, sospesa in aria e chiedeva e aspettava.
“Sarebbe poi così grave?”
“No.” si sorprese “Non sarebbe così grave.”
Abbassò la maniglia e spinse.
Il peso che aveva sullo stomaco si alleggerì di colpo alla rivelazione di quella scoperta. Non sarebbe così grave.
Un gusto dolciastro gli salì dalla gola fino alla base della lingua, il sapore di qualcosa che avrebbe potuto scoprire prima. Aprì del tutto la porta.
Avrebbe detto tutto ai suoi genitori.
Entrò e la richiuse dietro di se. La luce dell’anticamera era spenta, quella della cucina no.
Domani l’avrebbe detto anche al professore di matematica.
C’era odore di spezzatino e di patate al sugo. Buono. Non gli piaceva ma era buono. Aveva fame.
Tom avrebbe dovuto ridargli le scarpe.
Una testa bionda sbucò dalla porta della cucina.
“Ah, sei arrivato finalmente. Cominciavo a preoccuparmi, sai?”
Voci dalla sala, doveva esserci suo padre che guardava la televisione.
“Si, scusa mamma.”
Faceva caldo. Si sbottonò la giacca e subito si sentì meglio.
“Vai a lavarti le mani che è pronto. Papà non è contento.”
Annuì. Si levò completamente la giacca e la appese all’appendiabiti in legno. Appoggiò il fumetto sulla cassapanca e sorrise.
Ce l’aveva fatta.
Suo padre si affacciò dalla sala.
Ora, doveva farsi una promessa.
“Ah sei qui eh?”
Un giorno, sarebbe stato libero.
“Hai visto che ore sono? Hai fatto preoccupare la mamma. Che hai da dire, eh?”
Se ne sarebbe andato.
Guardò suo padre. Era in piedi davanti a lui, in camicia e pantaloni del completo. Avevano ancora la piega di quando erano usciti dall’armadio. Suo padre aveva sempre i vestiti in ordine, anche a casa. Aveva un giornale in mano. Gli sorrise.
“Scusa papà.”
Suo padre lo guardò e sospirò brevemente.
Aveva proprio voglia di spezzatino e patate al sugo. Si, ne aveva proprio voglia.

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