mercoledì 5 luglio 2006

Finito. Finito tutto, o quasi, ma la sensazione è quella. Finito.
Finito lo spettacolo, ancora tutto radunato nel cortile dell'università. Finito il laboratorio, i compagni ora sparsi per l'Italia e Venezia. Li vedrò ancora? E chi lo sa.
Finita l'università, eccetto ancora due lezioni di un corso teorico e una tesina da consegnargli.
Finiti i giochi.

I giochi.

Una delle prime cose che Fontana mi ha insegnato al corso di Fondamenti della pratica del teatro è la traduzione di recitare nel resto del mondo. Straordinarimanete, per loro è gioco.
"Play" in inglese.
"Jouer" in francese.
Lo spettacolo è un gioco.
Chi sta sul palco in definitiva gioca, ed è vero, perchè quando stiamo in mezzo al prato da bambini e ci diciamo tra di noi: 'Ok, adesso facciamo finta che io sono il cowboy solitario e tu il pistolero cattivo e tu fai lo sceriffo', non è la stessa cosa di chi lo fa con il copione in mano?
Facciamo finta che...

Io non recito, non su un palco almeno, però voglio lavorare molto vicino a chi lo fa e lo sto facendo. Lavorando come fonico ho capito una cosa: in realtà chiunque sia invischiato negli ingranaggi di questa immensa macchina gioca. Forse non chi sta in ufficio a redigere contratti o al telefono a cercare gli spazi per permetterci di giocare, ma tutti gli altri si. Potete vedere i macchinisti e scenografi come i bambini che giocano con i lego o costruiscono le capanne sugli alberi, stando ben attenti a non farsi male e a far si che non se ne facciano quando poi ci salgono su. I luciai e i fonici come gli adolescenti che installano i loro impianti in camera per farsi la loro discoteca personale, i direttori tecnici come i leader del gruppo che distrubuiscono ruoli e parti. Certo, sono ruoli più ufficiali e, in effetti, più seri di quelli di chi sale sul palco. Lì non è un fare finta che... ma un ok, ora si fa che. E ne vedo di tecnici che arrivano con la camicia sotto al pullover e il computer in mano a fare calcoli, ma li vedo anche scherzare come dei ragazzini tra un tiraggio dei cavi e lo spostamento di un flycase (che se ha le ruote e si è in un palazzetto dello sport è anche meglio, mai provato questo tipo di skateboard? ^^).
Se vai con lo zoppo impari a zoppicare, se rimani in mezzo a chi gioca non cresci mai.
Non ho voglia di crescere, ma ho tanta voglia di fare.
Ieri abbiamo messo in scena uno spettacolo che avevamo finito di completare dieci minuti prima dell'ingresso del pubblico, impiccati di cose ancora da fare e da organizzare, tra improvvisazioni varie perchè mancavano le indicazioni registiche e le dimenticanze d'ordinanza. E mi piace. Mi piace da morire.
Mi piace l'eccitazione che scorre prima, il nervoso da reprimere, il correre senza sosta perchè manca sempre qualcosa ed è sempre nel posto più distante in cui lo puoi trovare. L'osservare le prove, il commentare e prendere in giro, il pasticciare e lo svicolare tra un impegno e un altro. Il delegare, il cristare, l'assunzione di responsabilita, il fare, il costruire, il pensare, il calcolare, l'organizzare, il creare. Ma sopratutto mi piace l'improvvisa concentrazione che mi prende appena il sipario si alza e lo sguardo della gente mentre osserva quello che abbiamo creato apposta per loro.

Perchè lo facciamo? Per noi o per voi?
E chi lo sa, ma giocare ci piace da matti, e sia che ci sia da imparare battute che devono venire fuori come pensieri improvvisi nostri, sia che ci sia da trafficare tra accrocchi e cellulari, questo è il gioco più maledettamente serio del mondo, ed è anche il più bello.
Finchè non lo provi non lo sai.

Però... c'è un però. E' vero che è un gioco, ma è anche vero che finchè sei in una struttura scolastica l'unica cosa che rischi è una bocciatura. Ora c'è il mondo vero e dovremo improvvisarci tutti Macchiavelli per riuscire a sopravvivere, perchè il gioco più bello del mondo è anche il gioco più selettivo e crudele del mondo. Sopravvive il più forte, il più intelligente, il più astuto e, figurarsi, il più leccaculo. Io non ho nessuna di queste doti nella misura in cui servirebbero, però ho molto culo. Si pare che io ce l'abbia (in senso figurato eh?) e sono quasi entrata in una delle frange del gioco.
Da oggi si sputa sangue e si suda dolore, da oggi si dormirà ancora meno e la salute si stabilirà definitivamente da un'altra parte. Il metabolismo capirà che le prove generali sono finite e bisogna rendere attive le modifiche. L'abitudine a dormire ovunque e in qualsiasi condizione si presenterà alla porta con tanto di referenze. La sopportazione dovrà viaggiare nel portafoglio e nella borsa apparirà un'agenda che si rinnoverà ogni anno. Un programma di promemoria si installerà su Nino e funzionerà ogni giorno come l'avviso della posta in arrivo. La rubrica si popolerà di numeri di aziende e sconosciuti a cui bisognerà dare tanto del tu quanto del lei.
Da oggi sarà vietato incazzarsi.
Ecco, questo è già più difficile.

Mi toccherà fare come Rossi quando lo buttano giù dalla moto: presentare al massimo un richiamo ufficiale e prendere a pugni il muro del camper facendo finta che sia la faccia del cretino che non sa guidare. O come Buffon, che si rialza comunque sorridendo (almeno) quando per l'ennesima volta deve buttarsi tra gli avversari per prendere un pallone che per l'ennesima volta è stato fatto passare, perchè pare che tutti gli italiani in campo siano allergici alla difesa a uomo. O come Berlusconi, che da perfetto animale da spettacolo ha una smorfia orribile all'ombra e un sorriso smagliante costato caro sotto la luce dei riflettori.

E lo dovrò fare a Milano, perchè è li che mi è stato offerto un posto in prova. Andrò in una città caotica a respirare il triplo dello smog che c'è qui perchè, che ci crediate o no, in realtà Marghera non butta fuori più fumo di Milano. Niente più acqua, callette, calli e campi; niente più rii, ponti e sottoporteghi. Addio al Guardiano, alla Città di luce, alla luna rossa enorme e bassa, ai cantieri, alle navi da crociera che passano a cento metri da S.Marco. Alle improvvise esplosioni di verde e colore oltre dei muri che pensavi case, al mistero, alla magia, al vento sempre presente. Addio alla folla-marea, calma e invasiva come solo lei sa essere, addio all'autista del Treviso-Venezia, sempre allegra e persino canterina che saluta tutti quelli che salgono. Addio ai negozietti assurdi posizionati nei posti ritenuti normali e i negozietti normali che appaiono nei posti più assurdi. Addio all'eccitazione del giorno e al deserto languido della notte. addio alle distanze che paiono chilometriche sulla carta e poi sono solo trecento metri.

Ma un giorno tornerò, non so tra quanto ma tornerò.
Vado a godermi gli ultimi istanti di Venezia. Per la prima volta non ho nessuna voglia di camminare veloce. Proprio nessuna.


 



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