giovedì 13 luglio 2006

Quando cominciai a guardare le nuvole



Credo che fosse inverno. Si lo era, faceva freddo, molto freddo. Erroneamente ho spesso pensato fosse un principio di primavera, mentre invece non era ancora finito l'anno. Avevo undici anni. Undici appena compiuti.
Mia nonna era caduta mentre era in bagno e si era rotta il femore. Per motivi che io ignoravo allora come oggi, gli zii di Verona la vennero a prendere e la portarono in una clinica dalle loro parti. Anche il nonno andò con loro ovviamente, non sarebbe mai rimasto a casa da solo senza di lei, viveva per lei.
Due mesi dopo mia madre mi chiamò e mi fece sedere in sala, perchè doveva dirmi una cosa.
'La nonna è morta' mi disse.
Ricordo solo questo. Non ricordo il momento esatto in cui cominciai a piagere e urlare, non ricordo se chiesi il perchè e se lo chiesi non mi ricordo la risposta. Non ricordo se mi precipitai in camera o tra le sue braccia. L'unica cosa che ricordo, è che fu quello il giorno più brutto della mia vita vissuta fino a quel momento.
Il giorno dopo andai a scuola. Politica di casa M: a sei anni potevi anche rimanere a casa perchè era nata tua sorella, ma a undici non potevi farlo se ti era morta la nonna. Avevo una faccia da schifo, credo che fu anche per quello che nessuno mi chiese o disse niente fino a dopo le lezioni, mi stavano accanto e basta. Forse avevano già capito, forse lo dissi o forse l'Ale a dirlo, non lo. Non ricordo. Finite le lezioni uscii da scuola e mi incamminai verso casa della signora che mi teneva a pranzo quando mamma lavorava, avevo un paio di miei compagni con me. Quando ero quasi arrivata incrociai una ragazzina che conoscevo da sempre perchè i suoi sono vecchi amici di famigli e forse indovinò qualcosa perchè mi chiese come stava mia nonna. Non risposi, mi misi a piangere e corsi via.
Piansi di continuo, per giorni. Qualsiasi cosa poteva farmi piangere, anche un piccolo rimprovero buttato più sul ridere fattomi dal mio maestro di clarinetto. Fu mia madre a dirgli che satvo male perchè mi era morta la nonna, era rimasto sbigottito dalla mia reazione ai suoi rimproveri. 'Ma perchè non me l'hai detto?' mi chiese. Naturalmente non risposi.
Il giorno del funerale non mi fecero partecipare. Piangevo troppo. Urlavo troppo. Dicevano.
Mia sorella era ancora piccola, aveva solo sei anni e siccome già da quattro vivevamo a Varzo non aveva fatto in tempo a crescere in casa loro come invece avevo fatto io. Ricordo che chiesi ossessivamente a mia madre se la bara sarebbe stata aperta. La volevo vedere un ultima volta prima che fosse seppellita e avevo visto in alcuni film che in America a volte le tengono aperte, per l'ultimo saluto. Mi disse che era chiusa. Ricordo che vidi il nonno circondato dagli amici, era la prima volta che lo vedevo da due mesi, ma non ricordo se andai da lui. Quello che ricordo è che era pallido, con lo sguardo completamente smarrito, spento, che fissava il vuoto. Sembrava che stesse in piedi solo perchè qualcuno aveva comandato al suo corpo di farlo, ma che quel qualcuno non fosse lui. Sembrava che non facesse affatto caso a chi gli stava intorno, credo che non li sentisse proprio in realtà.
Il funerale lo passai a casa dei miei zii, con mia sorella e mia cugina. Da sole. Io ero arrabbiata perchè non vedevo mia cugina piangere, lei mi rispose che piangere non serviva a niente, che non sarebbe tornata in vita. Lei faceva ancora la quinta elementare.
Di ritorno dal funerale, la sera, papà mi disse la frase meno indicata in quel momento: 'Eh, oggi sei cresciuta un po', H.'
Non gli risposi. Non rispondevo più a nessuno in quel periodo.
La lapide arrivò soltanto qualche giorno più tardi. Gli zii erano proprietari di un azienda che produceva fontane, statue, oggetti d'arredamenti per giardino e anche lapidi; le disegnava e costruiva lo zio stesso.
Papà mi portò con lui il giorno che lo zio e Oscar, mio cugino, la portarono al cimitero con il camion: una bella lapide, rosa chiaro, con una rosa incisa sopra. Avevano avuto dei problemi con il trasporto e uno dei blocchi si era spaccato, ma non era un problema grave perchè era uno dei blocchi che avrebbe cintato la ghiaia davanti alla lapide. Credo che li salutai davvero a malapena, ma probabilmente la mia faccia diceva ancora tutto molto chiaramente e nemmeno loro mi parlarono molto.
L'effetto che mi fece vedere la tomba era abbastanza prevedibile, sopratutto perchè non l'avevo ancora vista; credo infatti di aver insistito per andare al cimitero con lui proprio per questo motivo. Tornati a casa papà, forse stufo di vedermi sempre con il magone e gli occhi lucidi, mi minacciò che avrebbe smesso di portarmi al cimitero se non avessi smesso di piangere.
Lo odiai. Smisi.
Di fronte a lui per lo meno.
Fu in quel periodo che cominciai a guardare le nuvole.

La prima cosa che ci si chiede quando scopri per la prima volta la morte è: e adesso dov'è andata? Io non feci eccezzione e cominciai a guardare le nuvole.
Da brava figlia di atei convinti io non ero stata né battezzata né mandata a catechismo, ma in un paese come il nostro è un po' difficile crescere rimanendo indenni alla cultura cattolica, ne sono intrisi persino i mattoni. Credo che cominciai a guardare il cielo perchè qualcuno un giorno mi aveva detto che il paradiso è in cielo ed è lì che vanno le anime delle persone quando queste muiono, o forse avevo semplicemente visto un film di Fantozzi.
Non sto dicendo che scoprii in me bambina un improvvisa fede e quindi sapevo che mia nonna era volta lassù. Semplicemente lo decisi.
Mi piaceva pensare che la nonna era volata in alto, in cielo, come dicevano sempre le amiche della mamma. Mi piaceva sapere che stava proprio lassù, sulla nuvoletta di fronte a me e mi guardava andare a scuola. Me la immaginavo passare da una nuvola all'altra, chiacchierare con un mucchio di altre persone che, come lei, tenevano d'occhio quelli rimasti quaggiù. Io sapevo che se avessi guardato bene avrei anche potuta scorgerla, tra uno sbuffo e un altro, affacciata verso di noi a guardare se stavamo rigando dritto o meno. Immaginavo di riuscire a vederla e salutarla finalmente, dal vivo, occhi negli occhi e non dalla foto di una lapide. Ci provai e riprovai, ma non riuscii mai a vederla. Probabilmente non mangiavo abbastanza carote.
Credo che sembri ingenuo e dolce, tipico di una bambina di undici anni a cui mancava terribilmente la nonna e che non sapeva con cosa riempire il vuoto che le aveva lasciato, ma le nuvole mi aiutarono davvero tanto all'epoca. Proabilmente fu una fortuna che nella zona in cui vivo è più facile vedere un asico con le ali che un cielo completamente sereno, ma forse è solo una zona con molti parenti defunti e proccupati.
Le nuvole si popolarono in fretta, già dall'anno successivo. Nonna Orsola non aspettò che io finissi l'anno scolastico per andarsene e raggiunse la nonna su per una nuvola. Se ne andavano in giro insieme scegliendosi le nuvole più comode e si arrabbiavano se arrivavano quelle da temporale, perchè significava che non avrebbero potuto guardare giù. Credo che stessero già cercando una nuvola più grande perchè l'inverno successivo anche il nonno le raggiunse.
Non aveva retto. La perdita della nonna gli aveva fatto perdere tutte le energie e vi assicuro che ne aveva. A ottantanni teneva lui da solo la casa e si occupava della nonna. Andava in giro per monti e valli a cercar funghi e castagne, d'estate faceva quattro ore di camminata per portare a me uno zaino pieno di grissini, frittelle e torte (e col piatto in porcellana, badate), perchè i nonni avevano paura che io non mangiassi abbastanza (facendo molto arrabbiare la mamma).
Si spense in un anno, dopo un intervento allo stomaco che, lo scoprii giusto due anni fa, servì per cercare di arginare il cancro che si portava dietro già da tempo. Ricordo che quando lo vidi l'ultima volta era scheletrico, pallido, con la voce debole e tremante. Lui che mi era sempre sembrato un gigante, solido, con un gran vocione era ridotto a quello.
'Non piangere' mi disse. Me lo disse gentilmente, piano. Me lo disse per rassicurarmi perchè non c'era niente di cui avere paura. Annuii e cercai sul serio di farlo, ma avevo capito. Avevo capito che ben presto avrebbe navigato anche lui su una nuvola e due grosse lacrime mi solcarono il viso mentre cercano di non farmi vedere da lui.
Raggiunse le nonne poco tempo dopo. Insieme volarono via andando a visitare tutti i luoghi esotici in cui non erano stati, evitando accuratamente quelli in cui lui aveva fatto la guerra. Però erano sempre lì. Io sapevo che ogni volta che alzano gli occhi e c'era una nuvola, loro erano lì. Potevano essere in Cina, Giappone, Australia, Hawaii o Messico in quel momento, ma se io avessi alzato gli occhi al cielo loro ci sarebbero stati. Sempre.

Era un mio segreto e non lo dissi a nessuno. Le guardai tanto e spesso, le guardai tanto che cominciai a distinguerle per tipi di bianco e ospiti. Sapevo in quale stavano loro e in quale le vecchiette bisbetiche e ridevo tra me perchè mi immaginavo tutti a spettegolare sui nipoti dei vicini di nuvola.

Le nuvole sono sempre state questo per me da quei giorni. Dopo un po' smisi di pensarlo in modo ossessivo ma ogni tanto mi tornava in mente e sorridevo, perchè loro c'erano.
Quando qualche settimana fa presi per la prima volta l'aereo e non vedevo l'ora di vedere com'erano le nuvole lassù. Mentre prendevamo ulteriormente quota oltrepassando il primo strato di nuvole ho davvero pensato per un attimo: 'Ecco! Adesso li vedo'.
Non c'erano purtroppo. Forse erano a pranzo o forse Peggy Guggenheim li aveva invitati alla mostra Art of This Paradise che aveva appena inaugurato commissionando anche quella volta gli arredi a Kiesler, che finalmente non aveva più problemi di budget visto che le nuvole sono una fonte di materia prima pressochè inesauribile.
Ora non so dove sono. Credo siano passati di qua ieri pomeriggio, c'erano nuvole sparse già dal mattino. Mi devono aver visto fare la notte in bianco e devono aver storto un po' il naso, il riposo è sacro. Se ne sono andati ieri sera, quando le nuvole si sono spremute un po' prima di riprendere quota e andare a brontolare da un'altra parte. Una capatina e via. Tanto lo sanno che, se ho bisogno di loro e di nuvole non ce ne sono, basta un pensiero e loro sono qui accanto a me. Sempre.




Dedicato a Silver. Spero che ovunque tu vada ci siano sempre un sacco di nuvole.

3 commenti:

  1. ehhhh ma che bello questo post.

    che bei ricordi... tristi, ma almeno ricordi.

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  2. il pensiero più dolce che tu potessi avere.. ora me la vedo alla dragon ball, su una nuvoletta tutta sua, che se la spassa tra di noi.

    gli dirò di venire a farti un saluto.

    bacio tesoro.

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  3. Stefanone: grazie, sono tra i più preziosi che ho ^^


    Silver: La nuvola speedy!!! ^^ Che bella quella nuvoletta, il bello è che in cielo non ci sono codici dalle strada da rispettare XD Se vedo una scia gialla solcare il cielo saprò che è arrivata =)

    Un bacione stellina ^X^

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