venerdì 24 marzo 2006

Parlando con gli amici possono tornare in mente tante cose, cose a cui non pensavi da tempo, cose che non pensavi di avere ancora con te. La valigia dei ricordi però è sempre lì, accanto a ogni letto che visiti, in ogni casa che cambi, su ogni treno o autobus che prendi; la valigia dei ricordi non ti abbandona mai. Leggera o pesante, contiene tante cose, immagini, suoni e odori. Così all'improvviso capita che qualcuno ci urta contro e la cerniera si apra di scatto. Da uno spiranglio allora fuoriesce qualcosa, come un odore, un profumo che non sentivi da anni e che ha molti significati, così tanti, che non sai nemmeno se riuscirai a enumerarli tutti o a trovare le parole giuste per raccontarli come si deve.
Sembra strano però che serva sempre qualcuno che ti faccia vedere qualcosa che è sempre sotto al tuo naso e non ti abbandona mai.
Grazie Stormy.

Larice


Larice non è solo una parola e non è solo un albero, larice è la parola d'accesso per un archivio di ricordi di dieci anni, tutti passati rigorosamente in montagna.
Il larice, come tutti voi ben sapete, è una conifera, molto simile al pino come forma ma di colore più chiaro; anche lui può arrivare a delle altezze di tutto rispetto e si riproduce tramite la classica pigna. Però, a differenza del pino, non punge, perde le foglie d'inverno ed è morbido. Il larice è tenero e più flessibile, secca più lentamente e il profumo è molto più dolce di quello dei pini. Anche il sapore è molto dolce.
Uno dei miei primi ricordi del larice è mia sorella che da piccolina, ancora sullo zainetto mentre andavamo verso la baita, afferra il ramo di un piccolo larice e strappa via la parte nata da poco, quella che al posto del fusto legnoso ha ancora uno stelo verde, della stessa consistenza degli aghetti nuovi, morbida, profumata. Quell'angioletto biondo della mia sorellina afferra saldamente quel bocciolo e fa quello che faceva con tutto quello che accaparrava con le mani a quell'età: lo mangia. A differenza dell'esperienza con le lumache e i croccantini dei gatti però, non tira fuori la lingua facendo bleah, ma se lo lecca di gusto, così lo faccio anch'io e scopro che, effettivamente, è molto buono. Non come i fiori di trifoglio che sanno quasi miele, è qualcosa che, se chiudi gli occhi, capisci subito che stai gustando qualcosa che è fatto di pura linfa, di verde, di montagna.
I ricordi poi si perdono in mezzo a quel verde pastello che si trova in tutti gli astucci degli studenti delle elementari di oggi, è un verde che non si può assolutamente confondere con nessun tipo di erba montana o di altro albero, è il verde del larice, è solo suo, marchio di fabbrica delle fresche alture, che spicca come un faro in mezzo all'oceano di pascoli e di boschi.

Alpe Coatè.
Ricordo che noi cercavamo i rifugi, tra i larici.

La nostra alpe era (e spero lo sia ancora) disseminata di massi che andavano da qualche decina di centimetri, a qualche metro, a qualche decina di metri. Erano i nostri palazzi, case vere e proprie, con tanto di zona letto, cucina, salotto e terrazzo. Erano tutti vicini, così eravamo tutti vicini di casa. Il secondo masso più grande dell'alpe era proprio accanto a casa mia, chiamato sasso Paperone perché ha davvero la forma della testa di Paperone, ha gli occhiali, il becco, le basette, e lui era stato diviso a zone, come il masso più grande dell'alpe, il Masso della Croce, chiamato così perché ha una piccola finestrella in metallo con una croce incastonata in alto. Nessuno ha idea di chi o del perché l'abbia messa.
Bene, c'erano le zone: quella è mia, quella è tua e quell'altra è sua. Siccome eravamo in tanti, spesso le zone e le case erano divise tra due persone, ma chi contava davvero aveva il privilegio di una singola.
Avevamo tante residente nei larici.
I larici hanno una caratteristica singolare: preferiscono crescere in gruppo. Ci sono, larici isolati, ma è facile che sia su un declivio particolarmente inclinato o sia stato piantato dall'uomo, perché in genere nelle piane crescono in gruppo da sei a una decina. Quando questo accade, ovviamente sono solo i rami esterni che rimangono belli vivi e verdi, quelli che si incrociano sotto quelli esterni, non ricevono abbastanza luce quindi muoiono e creano spazio. Volte, corridoi, antri, stanze, porte... tutte di rami, tutte verdi e grigie, perchè il tronco del larice è grigio.
Ne avevamo diversedi quelle residenze, due stavano proprio sotto e sopra la mia baita. Quella sopra erano residenze separate larghe abbastanza per due persone, non più di quattro sei larici, a volte anche solo tre buoni per i bambini più piccoli e avevamo una bella piazzetta all'interno del circolo. Ci andavamo poco, perché quella zona è proprio sotto il Balzo, una piccola altura e faceva ombra presto, quindi faceva fresco subito e si alimentavano storie di spiriti e fantasmi. Quella sotto era più al sole ed era davvero molto grande, ci stavamo tutti in piedi e ci si poteva anche arrampicare su alcuni alberi. Dava proprio sopra il Riale, un grosso canalone asciutto profondo almeno cinque metri e largo di più, ed era una zona strategica durante le battaglie per il territorio, perché oltre il Riale era casa mia, della mia famiglia, l'altro era il lato comune, e quindi chi patteggiava con me, poteva stare lì quanto voleva e progettare piani di guerra nel segreto del folto dei rami odorosi di resina. Era molto più secco però e per arrivarci c'era qualche metro di discesa ripida (che poi diventava salita) nel folto dell'erba che a quell'epoca era anche frequentata dalle mucche del Giacomino. Era anche troppo vicino a casa mia, dove gli adulti si facevano vedere più spesso di quel che vi faceva piacere e quindi la frenquentazione dipendeva dal gioco e dalla voglia di novità.
La residenza più sentita era proprio aldilà del Riale, a pochi metri dal salto e dal sentiero, i cui larici erano ancora abbastanza giovani da aveva un fusto di pochi centimetri, ma erano alti e verdi e avevano creato un'ampia porta d'ingresso che noi avevamo delimitato con rami e fusti secchi caduti da tempo. Lì c'era tutto. Ognuno aveva la sua stanza, io ero tra quelli che aveva la sua singola, proprio a destra dell'accesso dopo un corridoio dove avevamo creato con computer (di pietra) con tanto di floppy disk. Accanto a me c'era una scuderia, l'ingresso per il giardino e un'altra stanza. C'erano almeno altre tre stanze, tutte con corridoio. Le loro ebbero bisogno di qualcosa di più che semplici intrecci di rami per delimitare spazi e pareti, dovemmo prendere molti fusti e rami per fare delle pareti vere e proprie e vennero camere molto più ampie della mia, ma la mia era perfetta così, avevo litigato per averla. C'era la cucina e la sala della tv. In giardino prendevamo tutto il cibo che ci serviva, compresa la cacciagione (i coniglia abbondavano, ma i funghi apparivano più spesso). Tra la cucina e il salotto c'era il secondo ingresso, a qualche metro da lì il bagno (che era sul serio un bagno!). Davanti all'ingresso avevamo una Ferrari e qualche metro più sopra il ristorante. Allontanandosi in direzione perpendicolare al Riale si incontravano le grotte e dei grossi larici nodosi e contorti, che spesso facevano da rifugio guerresco e custodivano il tesoro del bosco. Un bulbo, un fiore bellissimo, viola, che non abbiamo mai capito cosa ci facesse lì, ma che abbiamo venerato per davvero come un Dio. Quel rifugio era proprio davanti al sasso della Croce, a poca distanza dai condomini che stavano quasi sotto al sasso, in prossimità di un riale molto più piccolo, che era in genere in piccolo ruscello, di lava, ma pur sempre un ruscello.

Non è finita qui.
Dai larici del Bosco, quelli che pendevano bassi sopra dei dossi naturali, noi ci aggrappavamo ai rami e giocavamo a fare Tarzan. Facevamo corone, cestini, orecchini, braccialetti e cinture con i loro rami e a fine giornata, odoravamo così tanto di larice a furia di starci sotto o di spellarli e lavorarli, che sembrava ci avessimo fatto il bagno nella resina.
Io e quel gruppo di bambini scapestrati, colonizzammo tutta l'Alpe. Oltre ai quei rifugi naturali, ce ne creammo uno proprio nel bosco a poca distanza dal gioco di Tarzan, trascinando sassi dal Riale (che era molto distante per dei bambini) e rami e tronchi, per delimitare i muri del salotto, della cucina, le porte d'ingresso (guai a entrare o uscire scavalcando semplicemente i muri, si apriva la porta), la grande stanza da letto comune. Avevamo trovato divani, televisioni e tavoli. Fecimo un reticolo di rami per il muro della cucina ed era tutto intorno a un unico grande albero, coi rami più bassi a qualche metro da terra. Poco sopra avevamo una piscina, creata naturalmente grazie a un albero che era caduto tra altri due e aveva fatto un trampolino naturale sopra un grosso e ampio cespuglio di arbusti, una delle fonti principali di cibo perché aveva della bacche bianche e spugnose, tonde e grosse come nocciole. Sotto la Casa, c'era il Bosco della fate, con tanto di residenze gnomesche. A dire vero uno gnomo abitava anche sotto il mio masso Paperone, in una buca proprio sotto al punto da cui ci arrampicavamo. Non ho idea di quante ore abbiamo passato in appostamento per vedere se veniva a prendere il pezzo di pane e formaggio che gli mettevamo all'ingresso della tana. Accanto al bosco, separato da un altro ex rialetto stretto e un poco profondo, nello spazio in discesa che formava con il fiume di lava, stava l'Astronave. Al principio doveva essere solo un grosso scaglione di pietra, di una decina di metri per altri dieci, che si era fermato con la parte liscia in alto. Qualcuno ebbe la brillante idea di costruirci un piccola stalla per le capre proprio sotto, scavando nella terra, e la baita davanti. La baita con il tempo era crollata e le ortiche l'avevano invasa, erano solo rimasti i muri per un altezza di un metro circa, il resto erano cocci sparsi tra le ortiche. La stalla invece resistette e sono sicura che è ancora lì, umida di terra con la sua mangiatoia marcia e la piccola apertura rettangolare con la porta appoggiata lì di lato. Sopra quel grosso scaglione un giorno cadde un grosso albero, proprio trasversale, perpendicolare alla montagna. Qualcuno aveva tagliato le radici e la punta, perciò era proprio un tronco, ormai grigio dal tempo. Aveva molte fessure, questo tronco, e la fantasia di noi bambini fece si che con qualche pezzo di corteccia piatto e un po' di rami dritti e spellati, nascessero tastiere, leve, antenne, radio e le parti tagliate divenissero monitor. Era un'astronave interstellare a tutti gli effetti e noi non conoscevamo l'Enterprise all'epoca, solo Fantozzi, e Fantozzi ogni tanto appariva dalla stiva della nave a opera di una mia amica che imitava benissimo la voce. La stiva della nave era la stalla e starci dentro era anche una prova di coraggio e una punizione, perché avevamo tutti paura che cadesse. Non è mai caduta, non cadrà mai.
Sopra gli alberi del Tesoro e le caverne, c'è uno spiazzo circondato da altri rami nodosi e giovani larici che per un po' di tempo divenne l'aera pic-nic prendisole al posto del masso della Croce. Tra quello, il fiume di Lava e la casa, avevamo i dinosauri. Andando dritti in cima, verso i piai, c'era il ghiacciaio. Sopra il Balzo, proprio sopra casa mia, rovine di case, rovine antiche da esplorare, il dirupo da cui si guardava la valle sotto di noi. Nel Riale, il Laboratorio chimico, la Cava e il Sasso della Luna, altro tesoro, Dio, da idolatrare e proteggere, giallo e sbrillucciante, proprio come la luna.
Casa mia era l'unica baita isolata dalle altre, assieme a una proprio sotto al masso della Croce (a qualche metro, non proprio sotto), tutte le altre erano dall'altra parte dell'alpe, tutte insieme, vicine vicine. Sotto a quella del Giacomino, la più vecchia, c'era una discesa improvvisa di qualche metro, da cui noi ci lanciavamo facendo capriole e sporcandoci di bilacche. Bernoccoli a palate, ma tante risate. All'estremità dell'inizio della discesa, c'era (non so se c'è ancora) una grossa croce di legno e il ceppo di un vecchio e grosso albero. Luogo delle riunioni, luogo di ritrovo, luogo strategico dove si decidevano le divisioni sociali, si litigava, si riappacificava, si dichiarava guerra, si divideva il territorio. Tutto sotto la tutela degli adulti che da lontano non ci pensavano nemmeno a interferire, nemmeno quando finì a cazzotti veri e propri, e sì che quell'anno eravamo una dozzina di bambini dai sei a dieci anni con più del doppio degli adulti in giro.

Se scendete il prato ripido, però, e fate un pezzo di bosco e vi tenete un pochino sulla sinistra, arrivate sul serio nel luogo magico, che non è il luogo dove confesserete alle fate le vostre colpe nei confronti del bosco, o ci sono gli spettri e le prove di coraggio, è magica per quel che è: il Lago dei mirtilli. C'era una ragazza, la sorella maggiore di una mia coetanea e un bambino piccolo, che ci faceva da... balia, zia, sorella maggiore a tutti (i nipoti del Giacomino) che un giorno ci accompagnò fin lì. Ci disse che quella conca, le sui sponde erano completamente ricoperte di mirtilli, il cui sole filtra caldo a fatica dai rami degli alberi, ma che ristagna e rimane a illuminare le succose piantine verdi e viola, una volta era piena d'acqua e ci si poteva fare il bagno. Non so se esiste ancora, il sottobosco ormai se la sarà fagocitata e altre piante avranno riempito lo spazio. Era un luogo troppo lontano e con una gran salita da fare per tornare, non valeva la pena di fare una scarpinata del genere per un po' di mirtilli, per quelli bastava la strada verso il Balzo, una vera miniera di quelle piccole bacche viola. Ci tornammo solo una seconda volta, poi basta. Non so nemmeno se riuscirei a ritrovarla.

Questo era il mio mondo, un mese all'anno, per i primi dieci anni della mia vita.
Eravamo bambini nemici/amici, che giocavano a prendersi e a nascondino la notte con le torce e alle alleanze, alla guerra, all'esplorazione dei mondi antichi, presenti e immaginari il giorno. La guerra poi, la fecimo per davvero, non per finta. Ricordo che l'anno in cui eravamo davvero in tanti ci spezzammo in due fazioni, a una c'ero a capo io, all'altra una mia amica mia coetanea e anche compagna di scuola a Varzo, Tami, che ora è pure finita nei guai. Litigavamo spesso, ma poi ci passavamo sopra, quella volta invece no e ci picchiammo anche oltre a urlare. Per due giorni la separazione tra i gruppi fu netta. Loro di lì e noi di là, a bisticciare per le zone fino a quel momento comuni, come il Masso o la Casa o il Laboratorio. Poi finì, così com'era cominciata fecimo la pace, sotto la Croce, proprio dove ci picchiammo e insultammo. Non ricordo il perché né dell'uno né dell'altro.
E un giorno, finì anche quel mondo.

I miei amici crescevano e se ne andavano. La bambina di Milano, cugina della Tami, e una sua amica smisero di venire. La nipote della signora che abitava davanti a loro anche. Erika e sua cugina Mara, che avevano in affitto dal Giacomino la casa sotto al Masso, si trasferirono in un alpe più in basso. I tre fratelli smisero di venire in quell'alpe e si trasferirono in una più in basso, più facile da raggiungere per i loro nonni, ormai anziani e malati. Rimasi io, A., la Tami e suo fratello piccolo, l'Isabella.
Ricordo il giorno in cui finì davvero, in cui mi resi conto che non sarebbe più tornato niente di quelle estati. La fine delle vacanze mie e loro, loro partivano prima e non sembravano molto dispiaciuti, come se avessimo passato un intero mese insieme a giocare e non una settimana. Mentre li guardavo andar via dalla cima del mio masso Paperone, con la bandiera della nostra associazione in mano, mi resi conto che era finita, perché loro erano cresciuti. Loro stavano crescendo e io no. Io volevo ancora giocare a nascondino tra i rami, stare nel rifugio e inventarci pericoli immaginari alla servizi segreti, cacce al tesoro, gnomi, gite esplorative. Quello era anche l'anno in cui i boscaioli vennero e portarono via il trampolino della piscina, i colli dei dinosauri, il tronco comandi dell'astronave e anche tutti gli arredi della Casa. Non si salvò niente, non gli importò nulla del fatto che noi lì ci vivevamo ancora e io potevo accettare che un bel tronco come quello dell'Astronave facesse loro gola, ma la Casa si vedeva che era opera nostra, di bambini, ma loro presero lo stesso i muri, il divano e le porte. Una casa che resisteva da tre anni agli inverni montanari, scomparve in un giorno. Li odiai, ma forse odiai di più i miei amici, perché se ne dimenticarono subito e dissero che non importava, tanto non ci giocavano più.

Mi mancano, quei giorni.
Quello era l'unico posto in cui ero davvero me stessa, in cui le miei paure non esistevano se non per la stiva o la residenza dei fantasmi, in cui avevo il coraggio di farmi valere, in cui i ferragosto con tutte le famiglie dell'alpe intorno al grande falò erano una festa vera e propria, con il succo di mirtilli e la torta, una festa in cui noi eravamo gli indiani e danzavamo intorno al grande fuoco, che era alto due volte il mio papà. Era il posto in cui avevamo la nostra microsocietà, le nostre leggi, i nostri stereotipi e confini.
Noi eravamo i padroni di quel posto, gli adulti non esistevano; non ricordo una sola volta in cui gli adulti si intromisero, solo merende a casa di amici e parenti, a giocare a memory o a carte, o a stare davanti al grande camino su cui cuoceva il latte per il formaggio del Giacomino e della Marisa, il fumo del fuoco e della pipa di lui, il sorriso e la voce di lei... Le scorpacciate di mirtilli, le torte cotte nella nostra grande stufa di ghisa, i campanacci delle mucche, il suono del vento tra gli alberi, le punture delle ortiche. I tassi che si intrufolavano nella nostra stalla, le marmotte che fischiavano e noi imitavamo, i gufi, le aquile, la sorgente e i bujuon, le merende a pane e nutella nei rifugi e nei ritrovi. I bernoccoli, i graffi e la paura immensa di farsi male, ma poi saltare lo stesso dal trampolino di lancio del masso, perché solo i più piccoli e codardi scendono per tutta la strada, i più bravi, grandi e forti si fermano a metà e saltano giù, gridando kawabonga o alla Tarzan. Le lucciole, i trifogli e l'odore dei larici.

Quelli erano periodi davvero felici.
Erano solo un mese all'anno, che poi si ridusse, ma erano davvero belli e sono tutti intrisi dall'odore del larice.
Finirono perché crescemmo, finirono perché i genitori non tornarono più, finirono perché finì la mia famiglia. Finirono perché tutto finisce, prima o poi, purtroppo. Finì perché mi arresi e non tentai mai di ricreare quel che avevo lassù, perché quel che avevo avuto me lo ero trovato davanti, ra un dono, ricrearlo era troppo difficile, troppo lungo, troppo duro e ci voleva davvero troppo coraggio.

Ricordo davvero bene che quel giorno cominciai a sentire anche il distacco dagli altri. Non volevo crescere allora e non lo voglio fare adesso.
Ora lo sento di meno, il distacco, quando mi rendo conto che sono cresciuta su molte cose, quelle su cui si cresce inevitabilmente e fortunatamente, ma in realtà non l'ho mai fatto seriamente e quel poco di me che si credeva adulta lo sto cancellando, perché non mi piace, non lo voglio. Non sono la sola, non sono l'unica che a volte esce di casa e si comporta improvvisamente come se avesse cinque anni alla vista di un gatto o un cane, una vetrina di balocchi o di dolci o un tramonto o una luna; non sono l'unica che spesso si comporta proprio come un bambino, quando pensa cose cattive di qualcuno, quando fa i dispetti, le linguacce, le prese in giro. Quant'eravamo cattivi noi... mettevamo sotto schiavitù i nostri fratellini piccoli fino a farli piangere e stabilivamo gerarchie rigidissime: chi stava sopra comandava, chi stava sotto ubbidiva; guai a sgarrare, facevamo anche punizioni corporali, avevamo i nostri tribunali improvvisati.
Noi facevamo solo viaggi interstellari tra i boschi, esplorazioni in mezzo a erbe magmatiche e società segrete tra gli alberi, ma vivevamo ordinatamente e civilmente per trenta giorni e le guerre duravano solo due giorni, ci procacciavamo il cibo e ci decoravamo, creavamo medicine, nuove tecnologie e metodi per costruire, e non esistevano dei, politiche, regole adulte al di fuori dei pasti e delle case 'vere'.
Era davvero bello, quando la vita era un vero gioco, che non finiva nemmeno con il buio.
Dungeon e Dragons e Tolkien a noi ci facevano un baffo.

E' tanto tempo che non sento l'odore del larice...
Mi piacerebbe risentirlo, mi piacerebbe radunare tutte le persone che amo e con cui sono a mio agio, le persone con cui so di poter parlare di ricordi e sensazioni senza sentirmi a disagio, prenderle per mano e portarle dai miei larici, dai miei ricordi e renderle parte di essi.
So che non è possibile, ma un giorno riuscirò a trovare le parole e a descrivere com'era l'odore dei larici della mia infanzia e renderli partecipi almeno di quello.







Questa è la mia baita all'Alpe coatè (pronuncia quatè), è abitabile solo il piano dove vedete il camino, la soffitta no. In sostanza l'abitazione è un monolocale, sotto c'è la stalla che si estende per tutta la lunghezza del tetto che vede subito dietro, sopra cui c'è il fienile. Davanti c'è l'anticamera con il bagno, la cantina, un'altra soffitta e l'ingresso per il giardino. L'altra piccola costruzione è una vecchia stalla non più agibile. E quel bellissimo albero verde scuro che vedete spuntare dritto come un fuso è Pino, l'abete che ha esattamente la mia età.

2 commenti:

  1. Come sempre le tue parole si trasformano in immagini vividi e mi sembra di essere li' con te...


    Mi hai fatto anche ricordare tante cose mie...grazie:)


    Un abbraccio:)

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