venerdì 31 marzo 2006

Quello che sentite in apertura al blog è Hevia. Scommetto che alcuni di voi non si aspettavano che mi piacesse. Oggi mi ha reso un gran servigio, ha avuto il potere di farmi godere mezz'ora di sole sdraiata tra l'erba, godere davvero, facendomi dimenticare di tutto, del cellulare, del fatto che ero in pubblico, che potevano rubarmi la borsa, della scuola, di tutto... Via, persa nelle note dei suoi brani, con il sole che batteva sulla faccia e il vento che aleggiava sul prato, i rami degli abeti che frusciavano al vento e i bambini che univano le loro risate ai cinguettii dei passeri. Alien dondolava leggero al mio polso, l'ho pregato di tenere lontano da me gli spiriti maligni del mio animo, che a quelli esterni ci sono già abituata. Non sono sicura, ma mi è parso di avvertire come una specie di assenso divertito nel suo dondolio.
Oggi ho cercato di seppellire i resti di una personalità e di un sentimento in una buca improvvisata tra l'erba ai miei piedi: la prima è morta a poco a poco, sfiancata dagli anni di vita che non le sarebbero dovuti appartenere, il secondo l'ho barbaramente ucciso.
Ora riposano ai piedi di tre abeti, spero che il posto gli piaccia.
Quando oggi sono andata via da scuola il mio passo ha rallentato fino a fermarsi e ho capito che non sarei riuscita a rimanermene a casa a studiare. Avevo bisogno di un posto che mi acquietasse, che mi facesse stare bene. Ho pensato al parco perchè il verde è sempre stato parte di me e della mia esistenza. Sono entrata dall'ingresso che prendevo di solito per arrivare al teatro nello scorso trimestre, ma ho svoltato subito dopo le piscine; andando a intuito sono arrivata in un angolino che aveva tutti questi abeti chiari e un paio scuri. Mi sono messa tra di loro, seduta nell'erba tra le pratoline, e dopo aver saggiato lo scarso filo del mio coltello su un rametto ho messo sul il cd e mi sono sdraiata in quel caldo sole primaverile. Alla faccia dei meteorologi.
Sono stata bene, sono tornata a casa con passo calmo e con il sole ancora intrappolato tra le fibre del cappotto e della maglia.
Sto facendo i conti ciò che ero e ciò che dovrei diventare. Sto pensando, tanto, a me, al mio futuro, prossimo e immediato, al perchè sono qui, al perchè mi sento sola, perchè il buco che sta tre centimetri sopra quello che ho allo stomaco, dovuto alla cena troppo vegetariana, c'è e non c'è, perchè basta un cappotto diverso a fammi sentire diversa. Ho solo poche risposte e pure confuse. Sto cercando di tornare a essere ciò che ero alla nascita, prima che tutto quel che mi circondava cominciasse a significare di più di me stessa e di quel che ero e volevo.
Mi è venuta in mente la città di Troia, quando la trovarono: scoprirono che in realtà di città ce ne erano nove, una sopra l'altra. Gli abitanti del posto avevano sempre ricostruito la loro città anche dopo che era stata distrutta. Ho intenzione di cominciare i miei scavi archeologici alla ricerca della prima città, quella originale, quella dove i bambini richiedono come pedaggio un ciao dal loro balcone, dove le gonnelline che facevano la ruota erano decisamente meglio dei pantaloni, ma solo se non c'erano da fare le sgommate in bicicletta. La città dove il camion che trasporta le macchine, l'arco e la pistola a petardi convivevano pacificamente con la casa di Barbie e il suo camper, e la pianola con i pastelli a cera. Dove non si può assolutamente uscire senza il ciuffetto a fontanella che si distrugge dopo circa tre secondi, dove tutte le signore devono far vedere che cos'hanno nella loro borsa, dove le pozzanghere sono guadate con coraggio e si vanno a rubare le mele del Lugarà. Dove ogni albero è una casa e ogni ruscello un fiume pieno di insidie. Voglio ripartire da lì.

Però ho altri strati da portare alla luce, mi toccherà affrontarli uno ad uno. Chissà come andrà a finire.

La luna stanotte è solo una lama sottile girata all'insù. Sembra quasi che il cielo sorrida.
Vorrei ricambiarlo.
Andrà tutto bene.
Si, lo so.
 

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