martedì 14 marzo 2006

Questioni in sospeso


Si, è vero, ne ho tante.
Dannazione a te che mi ci fai pensare.
Forse anche a troppe, ma che ci volete fare, io ho sempre pensato che nell'arte della fuga potrei essere una della migliori, se non fosse che la mia coscienza è ben radicata, presente e in attività e ogni tanto si fa sentire. Per questo non riesco a dimenticare i due anni di Taeknowdo a Valenza e tutti i miei compagni, il conseratorio, la Banda, gli amici di infanzia, i professori d'italiano... la mia coscienza me li espone davati uno per uno e mi dice che dovrei fare qualcosa, tipo 'farmi sentire'.
Io da abile glissatrice (sto diventando brava anche in questo) le dico, si, ma ora ho da fare non vedi? Dimmelo domani che ci ripenso. E intanto di nascosto implemento una funzione per la quale quell'informazione non tornerà fuori prima di altri... uno, due, tre mesi. Questo fino a quando non mi si ripresenterà davanti in completa autonomia, per la gioia sadica della mia coscienza.


Parliamo della musica.
Tanto per rimanere su temi affini, eh?
Sono andata al SIB questo finesettimana. Per chi non lo sapesse è la fiera dell'industria della spettacolo che si svolge ogni due anni e mi sono resa conto che non è molto diversa dalla fiera dell'oreficeria di Valenza, che l'ultimo anno ho anche bigiato. Non è nulla di che, tanta caciara e tanti stand che alla fine ti sembrano tutti uguali, se non che si dividono in categorie più vaste: luci, audio, divanetti.
Poi c'era anche il Disma, è quella è stata tutta un'altra faccenda.
La fiera era divisa in due, e i due androni che facevano da confine erano il Lobo, una ditta che produce effetti speciali con i laser e il salone della musica acustica, tradotto: gli strumenti tradizionali.
Faccio tutto il SIB, da sola ovviamente, perchè Doc lavorava (si, c'era anche Doc, lui lavora in una ditta che importa diversi materiali per lo spettacolo, mi ha trovato lui il biglietto per entrare, almeno quello non l'ho pagato). Poi entro al Disma. Neanche a farlo apposta, il primo suono che giunge alle mie orecchie è quello di un clarinetto. Un gran bel clarinetto, suonato da qualcuno abbastanza competente da farne uscire il suono nella sua forma piena.
Non ci sono solo i clarinetti, ma anche i sax, i flauti, i violini, i violoncelli, i pianoforti... e non c'è il casino immenso di percussioni e chitarre sovrapposte che c'è nel resto del Disma, dall'altra parte della fiera, è più un suono di voci soffuse, chiare, cristalline, che si sovrappongono con più dolcezza e si comprendono se ci si avvicina quel tanto che permette di escludere le altre e ascoltare solo quella. Sembrava di essere di nuovo tra quei corridoi bianchi, odorosi di vernice fresca, con le aule chiuse da cui provenivano quelle stesse voci chiare e cristalline, piene, concentrate, soffuse e filtrate dalle porte e dai muri nuovi di cartongesso.
Cinque anni della mia vita sono stati portati di peso da Alessandria e mostratimi lì.
Sono scappata. Si corsa. Sono andata fino alla hall dove c'era l'esposizione delle prime batterie e un po' di ragazzini/ragazzi/uomini che si esibivano e pestavano di brutto. C'era anche un ring. Non chiedetemi che ci stava a fare lì un ring.
Poi mi sono ricordata di un paio di giorni prima, quando senza troppi fronzoli mi hanno detto che io ho un mucchio di questioni in sospeso che non affronto mai. Sì, lo so, ma non è piacevole sentirsi il cuore in gola e le lacrime spuntare dalle palpebre mentre sei in mezzo a una folla di una qualche centinaio di persone. E i bagni sono così lontani...
E va bene, facciamolo. Se non altro non rivangheremo il modo con cui il rock è venuto a me.
Rientro nel salone dell'acustico e me lo faccio tutto. Giro per gli stand osservando la lucentezza dei flauti, dei sax, delle trombe, l'entusiasmo di qualche scuola di musica straniera con tanto di divisa che si affolla ai pianoforte ad ascoltare uno dei loro compagni, lo stupore di qualche bambino davanti allo stand dei violini, dove veniva eseguita la creazione di uno degli strumenti proprio lì, sotto agli occhi dei visitatori. E poi eccoli, neri e lucenti allo stesso tempo, dietro teche di vetro, lo strumento sul quale mi sono incapponita e che ho imparato ad odiare con il tempo. E che a volte mi manca. O forse, mi manca solo il far parte di qualcosa. Chi lo sa.
Ma mentre giro tra quelle teche trasparenti mi rendo conto di una cosa: sono un'estranea. Lo sono davvero, in tutti i sensi.
Vedo le persone che parlano con i gestori degli stand, i ragazzini che si affollano davati agli strumenti o ai libri di musica, espositori che soffiano nei loro strumetni per far sentire che bel suono hanno... e davvero, mi sento un'estranea.
Che ci faccio lì?
Io non suono. Non suono più.
Io non sono una musicista.
E non lo sarò mai più.


Un po' di tempo fa morivo dalla voglia di trovarmi una chitarra e imparare a suonarla, perchè quando si ama tanto la musica che si ascolta prima o poi si ha voglia di integrarcisi di più, di farla propria, anche solo nel piccolo della propria cameretta. Lì ho capito che non l'avrei mai fatto. Che ascolterò sempre musica, che sarò sempre in grado di contare quanti e quali strumenti stanno conversando nelle mie orecchie, di apprezzare la complessità o la semplicità di un brano, che mi lascerò sempre trascinare dalle note... ma nulla di più.
Scelte sbagliate, portate avanti, odiate, incomprese.
E me l'avevano data una scelta, davvero, me l'avevano data.
E' colpa mia, lo so. La testardaggine è di famiglia, sì, ma il terrore... quello è tutto mio. Terrore, di cosa poi?
Di ammettere che avevo sbagliato?
Di questo non me la sento di dare la colpa a qualcuno, io ho sempre avuto paura, checchè ne dica mia madre, quando mi racconta di come abbordavo la persone per strada da piccola. Io ricordo di avere il terrore della gente e del mondo da quando ho memoria: all'asilo, alle elementari, a casa... si, sopratutto a casa. Il rispetto è una cosa, il terrore è un altro.
Da dove diavolo arriverà, tutto questo terrore...


Sono riuscita a non piangere, ma ne avevo una gran voglia. E non era solo nostalgia, di brani suonati bene con i polmoni che scoppiavano anche di felicità, di applausi in serate di piazza, di esercizi eseguiti finalmente senza errori e con un suono che quel giorno, miracolosamente, era venuto fuori. C'era anche il suono di quella bacchetta sulla cattedra, quel ritmo che non cambiava mai e che non dimenticherò mai, gli errori, evidenziati da quella voce forte e bassa, il respiro che non veniva, il diaframma che non si apriva, il braccio che cedeva e il labbro che pulsava, gli occhi che si incrociavano, le dita che si bloccavano, la vista che con la fine della primavera cominciava a oscurarsi...
Non sono mai svenuta, mai, ma gli unici momenti in cui pensavo sul serio che l'avrei fatto sono tutti chiusi in due aule spoglie, mentre tengo in mano un pezzo di legno scuro e cromato, con davanti un leggio e un libro che improvvisamente sparivano. Avrei dovuto capirlo fin dal primo giorno, che quello non mi si addiceva nemmeno come hobby.
Ho cancellato dalla testa il suono della bacchetta e ho ripreso a respirare normalmente. Me ne sono andata.


Mi sono fatta anche il resto del Disma, tra batterie, bassi e chitarre elettriche. Anche lì, una completa estranea, anzi peggio, nemmeno un'emozione. Vedevo famiglie, gruppi di ragazzi, studenti, aggirarsi felici, anche chi non sapeva suonare niente e guardava e basta, sorridere, entusiasti. Io non riuscivo a integrarmi, ma proprio per niente. Vedevo solo un mucchio di porte sbarrate, chiuse, come un file protetto che puoi solo vedere e non modificare.
Allora sono tornata tra le luci, le casse, i fumi dei laser e delle atmosfere, anche se è un mondo in cui non potrò mai entrare appieno, perchè sono donna e le donne non ci possono stare. Ma era un mondo dentro a cui potevo passare, almeno per il momento.


Il resto è stato tranquillo, se non che io e Doc per la prima volta abbiamo avuto seri problemi di comunicazione. Non abbiamo litigato, semplicemente non ci capivamo, come se parlassimo due lingue diverse. Vai a un po' a capire perchè...
Mi sono lasciata scappare che anch'io in questo periodo sono riuscita a complicarmi la vita e come minimo mi romperà le scatole in eterno per sapere 'che cosa sto combinando'; sicuramente si è già fatto una marea di ipotesi, una più estrema e sconclusionata dell'altra. Gli passerà, ma mi sono beccata della stronza.


Ho comunque preso una decisione: metterò via il clarinetto, del tutto. Lo riporterò a casa e lo chiuderò da qualche parte. Libri di testo compresi.
Non faccio più parte della banda, non suono più al conservatorio e non ho nemmeno più voglia di prenderlo in mano. Il prossimo che in aula chiederà chi sa suonare qualcosa io non alzerò la mano e se qualcuno se lo ricorderà dirò che non è vero, che non sono più capace.
Perchè è vero. Non sono più capace.

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